La fabbrica del gioiello. La perla
     
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La perla

- Composizione chimica: aragonite e calcite (82-92%), conchiolina (4-14%), acqua (2-4%).
- Formula chimica: CaCO3 + conchiolina.
- Sistema cristallino: l'aragonite cristallizza nel sistema rombico e la calcite nel sistema trigonale.
- Forme cristalline: minuti cristalli orientati con struttura concentrica (aragonite e calcite).
- Colore: bianco, rosa, giallo, nero ma anche blu, marrone e verde.
- Densità: 2,66 circa.
- Indice di rifrazione: da 1,530 - 1,690.
- Lucentezza: da madreperlacea a metallica.
- Trasparenza: opaca.
- Durezza: da 2,5 a 4,5.
- Fluorescenza ai raggi UV: le perle possono essere inerti oppure rivelare una fluorescenza blu, gialla, verde o rosata se esposte ai raggi UV a 366 nm; le varietà di colore nero presentano fluorescenza da rosa a rossastra se sottoposte alla medesima radiazione.

ORIGINE DELLE PERLE NATURALI

Sphaerula nella terminologia latina significa piccola sfera mentre perula nello stesso idioma significa piccola pera. Furono quindi i latini, grandi estimatori di questo stupendo prodotto del mare, a tramandare fino a noi il vocabolo perla, anche se in latino le perle venivano chiamate con il termine "margarita"; inoltre, questo è il motivo per cui alcune delle ostriche perlifere vengono indicate con tale nome (es. Pinctada margaritifera) .
Si possono definire perle naturali le concrezioni, di natura estetica multiforme, prodotte da alcuni molluschi marini o di acqua dolce che le realizzano con le stesse sostanze con cui producono la conchiglia. Quando un corpo estraneo si inserisce nel mantello del mollusco ne irrita la parte interna, nota col nome di "epitelio secernente", e da questo viene inglobato.
Si forma in questo modo il sacco perlifero su cui l'epitelio stesso deposita ad intervalli degli strati concentrici di conchiolina e carbonato di calcio.
La perla prende forma e volume con il trascorrere degli anni, e raggiunge il massimo della dimensione dopo una conveniente permanenza all'interno del mollusco (dai 5 ai 10 anni e oltre).
Tutti i molluschi sono potenzialmente perliferi, ma i più noti sono: la Meleagrina, la Pinna Nobilis, lo Strombus Gigas e l'Haliotis fra quelli marini, la Unio e l'Hyriopsis Schlegeli fra quelli di acqua dolce.
Storicamente, i mari che donavano con abbondanza le perle erano: il golfo persico, il golfo di Manaar, i mari delle isole del pacifico (Polinesia e Micronesia), del Venezuela e il mar rosso, nei pressi delle coste dell'Arabia. Il colore è solitamente variabile dal bianco latte al bianco roseo, al bianco bruno, al bianco argenteo.

FORMAZIONE DELLA PERLA

Certamente meno poetica è la formazione naturale della perla: ciò accade quando sui fondali marini elementi estranei al mollusco penetrano all'interno dell'epitelio, creando una azione di forte disturbo.
Dal punto di vista della biologia marina le perle hanno la stessa origine e la medesima composizione chimica del rivestimento interno delle valve della conchiglia, cioè la madreperla che il mollusco secerne.
La scoperta del mistero riguardante la formazione naturale della perla si ebbe con le prime intuizioni dovute dalla curiosità di studiosi del sedicesimo secolo: da allora la perla è stata centro di interesse particolarmente accentuato anche da parte dei naturalisti.
In breve, la perla si forma attorno a un corpo estraneo (granello di sabbia, minuscola alga, piccolissimo frammento di conchiglia oppure ridottissimo parassita), entrato accidentalmente nel mollusco; questa intrusione, casuale nelle perle naturali, produce una forte reazione nell'animale che, non riuscendo ad espellerla, inizia un processo di isolamento secernendo la sostanza madreperlacea definita "perlifera".
Per la loro formazione biologica, le perle non necessitano sempre di un nucleo estraneo e, a volte, la crescita si attiva anche senza l'intrusione scatenante.
Solo poche specie danno risultati soddisfacenti, anche se, potenzialmente, qualsiasi conchiglia potrebbe produrre una perla, pur non della bellezza di quelle utilizzate in gioielleria.
I molluschi che formano le perle più interessanti appartengono al genere Pinctada, la cui conchiglia è simile a quella delle ostriche: ecco perchè impropriamente si parla di ostriche perlifere.
Con questa premessa è facile comprendere come perle perfettamente sferiche siano particolarmente rare e preziose; la maggior parte di queste, infatti, è caratterizzata da forme irregolari che, in gergo commerciale, vengono definite "barocche".
Le perle barocche hanno quindi origine, di solito, da un grosso nucleo di materiale organico animale o vegetale che, racchiuso nella sostanza perlifera, quando si decompone sprigiona il gas responsabile delle deformazioni sulla superficie della perla; il fenomeno descritto è una delle ragioni per cui le perle barocche raggiungono dimensioni anche notevoli.

LOCALIZZAZIONE GEOGRAFICA DEI MOLLUSCHI PERLIFERI

Le tiepide correnti del golfo persico sono le principali responsabili del tepore ideale di alcuni dei mari circostanti. Per questa ragione i molluschi perliferi abitano prevalentemente i fondali che essa lambisce. Esistono tuttavia altre zone geografiche ove grazie alla temperatura dell'acqua, i molluschi possono completare il casuale processo di formazione delle perle.
Possiamo allora elencare la geografia dei molluschi produttori: mar Rosso, Madagascar, Sri Lanka, Australia, Stati Uniti, Polinesia, Giappone, Malesia, Filippine e America Centro-Meridionale.
Anche nelle nostre acque alcuni molluschi sarebbero potenziali produttori di perle, e tra questi ricordiamo almeno la Pinna Nobilis che vive lungo le coste della Sardegna, della Corsica e in alcuni luoghi del mar Mediterraneo.
Esistono anche perle prodotte in acque dolci: in particolare, ci riferiamo ai fiumi e ai laghi della Cina, nella regione del Chi-Chiang come ai luoghi ove la produzione è più rilevante. Questo tipo di perla veniva ritrovato anche nei fiumi inglesi, irlandesi, austriaci, tedeschi, francesi, così come in Svezia, Norvegia e Danimarca, ma la produzione è da considerare ora molto limitata, se non addirittura rara.

COLORE DELLE PERLE

L'origine del colore delle perle non è stata accertata con sicurezza scientifica, anche perchè le variabili che vi intervengono sono numerose, ma la maggior parte degli autori ritiene che le perle in natura siano colorate in funzione del pigmento contenuto nella sostanza organica; altri ritengono che la colorazione sia conseguenza di una somma di concause diverse: il grado di salinità dell'acqua, il tipo di plancton presente, nonchè i diversi elementi disciolti in tracce nell'ambiente di crescita.
A prescindere dal colore proprio della perla, tutti i soggetti estratti dal mollusco subiscono una leggera decorticazione superficiale per eliminare gli ultimi strati di perlagione, solitamente poco gradevoli data la forte presenza di conchiolina; il processo avviene per azione meccanica (buratto apposito) e per azione chimica (acqua ossigenata diluita con acqua).

LE PERLE COLTIVATE

Conosciuto finalmente il processo naturale di formazione della perla, l'uomo ha subito cercato di imitare la natura provocandolo artificialmente. Però, solo all'inizio di questo secolo i vari tentativi hanno ottenuto un successo tale da giustificare gli investimenti necessari ad una coltivazione su scala industriale.
I tentativi da parte dell'uomo di introdurre corpi estranei nei molluschi perliferi si perdono nella notte dei tempi, ma ci vollero tremila anni di tentativi e di esperienza per passare alle attuali perle di coltura.
Dopo anni di studio Kokichi Mikimoto riuscì ad ottenere perle coltivate fin dal 1893, ma solo nel 1905 il suo metodo diede buoni risultati.
L?inserimento artificiale del nucleo nel mollusco è un'operazione di notevole difficoltà, dato che le dimensioni della perla in formazione sono strettamente correlate alla grandezza del nucleo inserito. E, trattandosi di un corpo estraneo, è quindi evidente come il tasso di mortalità del mollusco sia proporzionale al volume del nucleo stesso.
La misura finale del prodotto ottenuto sarà data dal diametro del nucleo e dallo spessore della perlagione, spessore proporzionale al tempo di permanenza della perla nel mollusco.
L'ininterrotta ricerca scientifica sulla biologia dei molluschi ha consentito una selezione pressochè perfetta degli individui geneticamente migliori: normalmente, tutte le perle coltivate (giapponesi) sono ottenute dall'inserimento di un nucleo rigido sferico nelle "Pinctada Martensi", più comunemente denominata "Akoya". Fondamentale anche l'individuazione dei nuclei più adatti (ricavati dal guscio di bivalvi del Mississippi) per ottenere una percentuale maggiore di operazioni senza il temuto rigetto.
Di solito con forme non sferiche, le perle coltivate di acqua dolce sono caratterizzate dall'assenza di un nucleo di madreperla, in quanto vengono introdotti nel mollusco numerosi frammenti di mantello (fino a 35 per volta) , frammenti che fungono da nucleo per le future perle.
Le più note provengono dai fiumi cinesi e dal lago giapponese di Biwa.
E' notizia recentissima la comparsa sul mercato di perle di acqua dolce provenienti dalla Cina: di forma sferica e con nucleo rigido, sono difficilmente riconoscibili da quelle giapponesi, ben più conosciute e costose, prodotte in acque salate.

LA COLTIVAZIONE DELLE PERLE

La prima fase del processo di coltivazione delle perle consiste nella raccolta delle larve di ostrica. Dopo la nascita, che avviene nel mese di giugno, queste larve tendono a fissarsi ad una superficie qualsiasi che si trovi nei pressi.
Allo scopo vengono immersi nell'acqua dei rami di cedro giapponese, sui quali esse si radunano per venire poi raccolte e staccate da mani esperte.
Questo metodo consente la raccolta di notevoli quantità di ostriche Akoya, le sole utilizzate in Giappone per la coltivazione delle perle. I grandi progressi della biologia marina, in particolare per quanto riguarda la fecondazione artificiale delle ostriche, ha consentito il perfezionamento di tecniche molto efficaci e remunerative.
In seguito, le larve vengono disposte dentro speciali gabbie che, immerse in mare a profondità variabili fra i due e i cinque metri, vi rimarranno fino alla completa maturazione, che avviene dopo oltre due anni. A questo punto saranno pronte per ricevere il nucleo che sarà inserito nel sacco perlifero con delicate operazioni di innesto da parte di personale altamente qualificato.
L'operazione descritta costituisce il momento più delicato di tutto il processo di coltivazione, e solo la metà delle ostriche così impiantate sopravviverà fino alla fine del ciclo.
Per prima cosa, con un bisturi si incide il sacco perlifero onde creare quell'apertura necessaria per inserirvi il nucleo insieme ad un frammento di circa 3 mm quadrati di tessuto epiteliale ricavato da un altro mollusco.
Questo allo scopo di creare un effetto catalizzatore del processo e, soprattutto, di evitare il temuto fenomeno del rigetto biologico, con il conseguente fallimento dell'operazione.
Il numero dei nuclei inseriti dipende tanto dalle dimensioni dell'ostrica, quanto da quelle dei nuclei stessi: normalmente, non ne vengono inseriti più di due.
Trascorso un adeguato periodo, che si potrebbe assimilare ad una convalescenza e superato il trauma dell'innesto, le ostriche iniziano a ricoprire i nuclei estranei con la preziosa sostanza perlacea che conferisce loro il tanto apprezzato aspetto.
Dopo l'innesto, anche la cura dei molluschi è particolarmente importante: più volte all'anno i bivalvi vengono lavati con getti d'acqua per rimuovere vegetazioni sottomarine e parassiti che le attaccano.
Recentemente si è perfezionata una tecnica di lavaggio mediante getti d'acqua nebulizzata che, oltre al lavaggio suddetto, esegue anche un delicato massaggio sul mollusco in allevamento, il che abbrevia notevolmente il processo di formazione della perla.
Per inciso, la temperatura ideale dell'acqua per la formazione degli strati perliferi si aggira tra i 18° e i 25°, che in Giappone corrisponde alle condizioni del mare nei mesi da aprile a luglio.
In presenza di temperature diverse, la produzione di perlagione è sempre più scarsa, fino ad interrompersi per temperature inferiori ai 12° o superiori ai 28°. Le ostriche che ai periodici controlli presentano danni da organismi parassiti che vi hanno creato fori (e, quindi, privandole del nutrimento), vengono immerse in soluzioni sature di sale per tentare di eliminarne le cause, anche se non sempre questa operazione ha il successo sperato.
Terminato il periodo di coltivazione che, a seconda della qualità prevista per il prodotto, varia dai sei mesi ai tre anni, si procede alla raccolta delle ostriche e quindi alla ricerca, in un'atmosfera quasi mistica, del frutto di tanto lavoro: le perle coltivate.
L'operazione viene solitamente effettuata nei mesi invernali, da dicembre a febbraio, quando la temperatura dell'acqua non supera i 15° poichè le perle raccolte in questo periodo presentano la lucentezza migliore.
Il fenomeno si spiega per il minor spessore degli strati di perlagione di aragonite, che producono in maggior misura il desiderato effetto di "oriente", rispetto a quelli di calcite che si formano a temperature maggiore.
A titolo d'informazione ricorderemo che gli strati di perlagione hanno uno spessore estremamente esiguo, dell'ordine di circa 0,5 micron (1 micron = 1 millesimo di mm) e che un'ostrica perlifera ne secerne in media 2 o tre al giorno: pertanto in una perla di buona coltivazione sono presenti circa 1000 strati di perlagione per uno spessore totale di 0,5 mm per lato, ovvero 1 millimetro!

CERNITA E LAVORAZIONE DELLE PERLE

Estratte le perle dopo la raccolta dei molluschi, si procede a una prima selezione del prodotto in funzione della maggiore o minore presenza di difetti, e naturalmente della sfericità della perla.
La prima suddivisione prevede tre classi: alta, media e bassa, effettuata la quale i lotti vengono offerti in aste alle ditte produttrici che si occuperanno quindi della loro lavorazione e successiva commercializzazione.
Queste aste, il cui accesso è quasi altrettanto riservato quanto quello in occasione delle aste dei grezzi di diamante, si svolgono nelle zone di produzione durante l'intero periodo di raccolta, che dura circa due mesi.
Per gli addetti, questo è un momento decisamente impegnativo, visto che in un periodo relativamente breve debbono anticipare gli acquisti per l'intero anno in corso.
Le ditte acquirenti effettuano quindi ulteriori suddivisioni dei lotti acquistati, per raggruppare il prodotto in funzione di colore, forma, qualità e dimensioni, il tutto ulteriormente suddiviso a seconda delle richieste dei diversi mercati.
Gli esemplari destinati alle collane vengono opportunamente forate con trapani elettici di precisione, ad asse orizzontale.
L'operazione, che in sè può sembrare banale, in realtà necessita di una buona capacità manuale, per la delicatezza dei soggetti, e di un'altrettanta buona capacità di giudizio merceologico, dato che il foro viene fatto coincidere con il punto meno perfetto (difetto superficiale o di forma) della perla.
Tecnici di provata esperienza possono arrivare a forare dalle 5000 alle 10.000 perle al giorno, un foro ogni 5 secondi circa.
La fase successiva prevede un leggero trattamento atto a rimuovere eventuali macchie superficiali, nonch? ad esaltare l'intrinseca bellezza del manto perlaceo.
Ora, le perle destinate a comporre i fili per collane vengono ulteriormente suddivise in gruppi uniformi per colore, forma, spessore della perlagione, lucentezza e grado di perfezione della stessa.
Solo ora le perle così selezionate vengono allineate su vassoi speciali con adatte scanalature, dalle quali vengono prelevate ad una ad una per formare i fili di perle che verranno poi posti in commercio attraverso i numerosi, tradizionali canali.

PERLE DEI MARI DEL SUD

Le perle giganti coltivate nelle ostriche perlifere a labbra argentate arrivano fino a un diametro di 12 - 16 mm. e sono chiamate "Nanyo-dama" o perle dei mari del Sud. Questa grossa perla bianca fu prodotta per la prima volta dai giapponesi nell'isola Palau, in Micronesia, un territorio sotto dominio giapponese prima della seconda guerra mondiale, e nell'isola di Butung, in Indonesia, entrambe meravigliosi giardini marini del Pacifico.
Oggi queste perle sono più frequentemente prodotte in Australia, in Birmania e, in piccola quantità, in Indonesia, Filippine, Papuasia, Nuova Guinea e Thailandia. Fondamentalmente le perle provenienti dall'Australia e dalle Filippine sono bianche con uno sfondo leggermente argentato, verde o dorato; dal punto di vista commerciale queste perle hanno attualmente una valutazione elevata in quanto la produzione risulta limitata per diversi fattori:

a ) i molluschi utilizzati non possono essere allevati ma vengono raccolti in mare aperto a circa 500 Km. di distanza dalla coste, a 30-40 m. di profondità; vengono poi riuniti in particolari vivai, dopo l'innesto del nucleo che avviene attorno al terzo anno di etc.

b ) data la notevole dimensione dei nuclei inseriti, le perdite dovute al decesso post operatorio sono molto elevate e possono raggiungere anche l'80%.

c ) la maggior parte delle perle raccolte non presenta i requisiti qualitativi sufficenti per un remunerativo utilizzo in gioielleria.

Le perle provenienti dalla Birmania e dall'Indonesia hanno una colorazione che va da un crema rosato a un crema intenso, mentre quelle di Tahiti sfumano da un grigio chiaro al nero più intenso.
Nell'ottica delle perle coltivate, quelle "dei mari del sud" sono sicuramente le più costose per l'impossibilità di coltivare le ostriche con i metodi giapponesi.
Queste specie, infatti, non si riproducono in cattività, e pertanto si debbono ancora cercare in mare gli esemplari adatti ad essere innestati; in secondo luogo, l'animale deve essere riportato nel suo habitat naturale dopo l'innesto del nucleo.

PERLE D'ACQUADOLCE

Le perle d'acqua dolce comparvero sul mercato a partire dagli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e, ai giorni nostri, sono coltivate in grande quantit? nel lago giapponese di Biwa (da cui il generico nome commerciale) e nei laghi della Cina. I molluschi usati sono quelli d'acqua dolce: Hyriopsis Schlegeli per il Giappone, e Cristaria Plicata per la Cina.
A differenza delle perle coltivate di mare, le perle di acqua dolce sono generalmente ottenute senza un nucleo solido: si formano infatti con l?impianto di un piccolo frammento di epitelio nel mantello dell'ostrica, per costringere questa a secernere la sostanza madreperlacea.
Un'ostrica di acqua dolce può produrre in questo modo anche 30-40 perle contemporaneamente, i cui colori replicano quelli formatisi casualmente in natura. Difficilmente però la forma èperfettamente sferica, perchè nella maggior parte dei casi assume un aspetto che ricorda quella di un chicco di riso.
Alla fine degli anni '80 negli Stati Uniti (Texas) è iniziata la coltivazione di perle d'acqua dolce, nelle forme più diverse, utilizzando il mollusco Unio già utilizzato in quantità industriali per la produzione dei nuclei (v. sopra).

PERLE BLISTER

Il termine "blister" significa bolla. Queste perle sono di solito delle perle 3/4 o delle mezze perle con forme soprattutto in quelle naturali spesso irregolari.
Le perle blister naturali si possono trovare in tutti i molluschi e sono delle concrezioni carbonatiche (CaCo3 + conchiolina): si formano a contatto delle valve della conchiglia per reazione alla presenza di un corpo estraneo, solitamente di un parassita che, perforando il guscio, ha raggiunto la parte interna del mollusco.

PERLE BLISTER COLTIVATE

Per ottenere perle blister coltivate bisogna inserire a contatto del guscio interno un nucleo, solitamente sferico, ma che può presentare le più svariate forme. Lasciato per un periodo variante da uno a tre anni, viene ricoperto di perlagione per tre quarti; nella fase finale si stacca il nucleo dalla madreperla e si procede alle necessarie operazioni di finitura.
A volte, la parte inferiore del nucleo, quella non ricoperta, viene mascherata da uno strato di madreperla al solo scopo di renderne più gradevole l'aspetto.
Le blister coltivate si ricavano abitualmente dalle Pinctada Margaritifera e Pinctada Maxima, con molluschi alla fine del ciclo riproduttivo perchè, per la raccolta, il guscio deve essere segato.
Queste blister coltivate sono piuttosto grandi e raggiungono un diametro che solitamente varia dagli 11 ai 13 mm. A volte, si trovano blister anomale dovute a nuclei impiantati nel mollusco per ottenere perle di forma sferica: durante la crescita della perla, però, può accadere che i sopracitati nuclei scivolino nell'ostrica (sotto il mantello) fino a contatto con la madreperla.
Accade anche spesso che, al momento della secrezione dei nuovi strati di madreperla, materie organiche (estranee, ed inserite in prossimità del nucleo) siano causa della deformità della perla; solo l'abilità di operatori specializzati potrà quindi ottenere un prodotto adatto per il mercato, arrotondando e lucidando la base di questi esemplari anomali.

FABBRICAZIONE DELLE PERLE COMPOSITE O "MABE'"

La fabbricazione della perla Mabè (termine giapponese) si fonda sul principio della formazione della blister, la cui origine può essere tanto animale quanto vegetale. La prima operazione consiste nello scollare delicatamente il mantello dal guscio dell'ostrica per poi attaccare all'interno della conchiglia un nucleo, solitamente di madreperla, anche di forma particolare.
Tale operazione dura solo alcuni minuti, nel corso dei quali ogni ostrica può ricevere fino a 6 nuclei, tre per ogni valva. L'ostrica viene poi rimessa nel paniere e rituffata in mare, dove gradualmente il mantello riprende il suo posto e inizia a ricoprire i corpi estranei con la materia perlifera.
Trascorso almeno un anno si esegue la raccolta e inizia cos la fabbricazione delle Mabè che comporta le seguenti operazioni:

1 ) ritaglio della Mabè per il distacco dalla conchiglia, per mezzo di una piccola sega circolare;

2 ) separazione della Mabè dal suo supporto di madreperla;

3 ) separazione della Mabè e dal suo nucleo per togliere tutte le sostanze organiche che possono essere entrate tra il nucleo e lo strato perlifero, e che quindi potrebbero alterarne il colore;

4 ) politura della Mabè con acido cloridrico molto diluito;

5 ) taglio del collaretto per salvaguardare solo la parte della forma desiderata;

6 ) riempimento della semisfera (Mabè di forma classica) con resina, gomma-lacca o altre sostanze affinchè la Mabè sia più bella e più solida possibile. I particolari di questa fase costituiscono quelle procedure segrete che ogni produttore custodisce gelosamente;

7 ) solitamente, al centro della Mabè si introduce una piccola semisfera di madreperla per rendere l'assemblaggio più resistente;

8 ) taglio dello zoccolo (parte inferiore), che è sempre in madreperla;

9 ) unione attraverso la colla della Mabè con il suo zoccolo;

10) rifinitura delle due parti;

11) politura dell'insieme.

Questa tecnica offre molte possibilità: in effetti, se invece di collocare nella conchiglia un nucleo di forma rotonda se ne introduce uno di forma a pera, si ottengono delle Mabè a pera.
Accidentalmente può succedere che, in seguito al rigonfiamento che il nucleo stesso fa subire al mantello, dei frammenti di materia organica gli si depositino vicino. Questi saranno ugualmente ricoperti da materia perlifera e sotto quest'ultima essi incominceranno a decomporsi; i gas sviluppati da questo fenomeno soffieranno letteralmente la materia perlifera che, come sappiamo, al primo stadio della sua secrezione è allo stato semiliquido.
Ecco spiegata l'origine delle Mabè di forma barocca, secondo una tecnica ormai consolidata, usata correntemente da giapponesi, australiani e, più recentemente, dai produttori di Tahiti.
Il tipo di conchiglia che serve esclusivamente per la fabbricazione delle perle Mabè è scientificamente chiamato "Pteria Penguin".
Il termine Mabè deriva dal nome che i giapponesi diedero a questa varietà di conchiglie, per cui tutte le perle coltivate secondo questo principio (anche su altri tipi di conchiglie) prendono il nome di Mabè.
Questa famiglia di ostriche è molto diffusa a partire dal sud del Giappone sino all'Indonesia.
Sulle coste del Messico si trova ugualmente una varietà di Pteria Penguin che ha la particolarità di avere una madreperla di un colore porpora molto originale e bello: è notizia recentissima (ottobre '96) che una coltivazione sperimentale in Baja California ha prodotto i primi 170 esemplari, e a breve è prevista la raccolta di altri duecento esemplari da conchiglie della famiglia della Penguin (varietà Pinctada Mazatlanica e Pteria Sterna).
Numerosi tentativi di coltura di perle rotonde sono state sperimentate su queste conchiglie, ma la grande fragilità della loro costituzione non permette ancora di ottenere dei risultati commercialmente apprezzabili.
La Mabè è destinata alla commercializzazione soprattutto incastonata su orecchini o spille. La prima utilizzazione è di gran lunga la più appropriata, perchè la Mabè, malgrado le cure necessarie per la sua fabbricazione, rimane comunque piuttosto sensibile agli urti, e pertanto da utilizzare con le attenzioni del caso.
Nonostante la presenza sul mercato di Mabè dalle forme più strane, la forma rotonda, a semisfera, rimane a tutt'oggi la più richiesta, nei diametri dai 13 ai 16 mm.

PERLE KESHI

Il termine giapponese "keshi", che letteralmente significa sabbia, in realtà indica le concrezioni carbonatiche formatesi nelle gonadi del mollusco, successivamente all'innesto del nucleo di madreperla per far sì che si formino le perle coltivate.
Le Keshi si possono quindi formare nei diversi molluschi utilizzati per la coltivazione di perle, come ad esempio la Pinctada Martensi, la Pinctada Maxima e la Pinctada Margaritifera.
Queste perle debbono essere considerate coltivate a tutti gli effetti poichè si formano solo a causa dell'intervento umano. Infatti può accadere che alcune cellule del tessuto epiteliale si distacchino dalla gonade dell'ostrica e, prolificando tra di loro, formino delle perle irregolari da 1 a 2 mm. di diametro per la Pinctada Martensi, e fino a 7-8 mm. per quella Margaritifera e Maxima.
Altre volte, l'animale può rigettare il nucleo impiantato e, intorno al tessuto che rimane, si può formare una perla irregolare. Accade che queste perle vengono a volte poste in commercio come perle naturali, ma grazie ai raggi X un analista gemmologo le può distinguere: le Keshi hanno infatti una struttura irregolare e non concentrica mentre, al contrario, quelle naturali hanno una struttura concentrica.

PERLE INCONSUETE

Con il termine "perla" l'abitudine ci riconduce subito agli esemplari di notevole bellezza, quelli che sono prodotti da lamellibranchi dei generi "pinctada" o "pteria" (di acqua salata), e "cristaria" e "hyriopsis" per quelli di acqua dolce.
Come già accennato, in natura esiste una numerosa gamma di perle, che sono prodotte da specie diverse di lamellibranchi e di gasteropodi.
Tra i lamellibranchi perliferi sono noti i generi "pinna", "tridacna", "mitilus", "pecten", eccetera, i cui prodotti sono identificati come perle naturali a tutti gli effetti, e commercialmente indicati con il termine (usato soprattutto da tedeschi e inglesi) di "clam" .
Queste perle sono di aspetto molto diverso rispetto ai consueti parametri, non solo per il colore ma, soprattutto, per lucentezza, vivacità e oriente che sono di qualità ben inferiori a quelli delle più apprezzate parenti.
Di ben altro fascino, e conseguente valore commerciale, sono le perle prodotte da gasteropodi (e caratteristiche dei mari caraibici) denominate in commercio col nome di "conch pearls". Quelle prodotte dallo "strombus gigas" sono estremamente rare e raggiungono quotazioni decisamente elevate e la limitatezza della produzione ne fa quasi esclusivamente oggetto da collezionismo.
La forma può variare dalla sfera all'ovale, fino a quella cosiddetta "barocca"; i colori sono il rosa, il rosso, il bianco, il bruno, l'arancio e il giallo miele. Le più apprezzate hanno un colore rosa intenso, una forma rotonda o ovale e una struttura detta "a fiamma" che ricorda le vene della radica di migliore qualità.
Curiosamente, questa caratteristica ha causato non pochi, clamorosi errori d'identificazione addirittura presso commercianti, evidentemente poco preparati, che le hanno scambiate (e cedute!) per coralli rosa, dal valore ben più basso!
Queste perle non possono essere nè trattate (colorate), nè coltivate, e l'unico neo che ne pregiudica alquanto l'uso in gioielleria è una certa tendenza allo scolorirsi con prolungate esposizioni alla luce solare.
Dal punto di vista tecnico, i parametri di densità, indice di rifrazione, pur diversi, rientrano in quelli già ampi di quelli delle perle propriamente dette, mentre la durezza raggiunge valori superiori.
La sola, grande differenza rilevata nel loro chimismo è l'assenza della conchiolina, assenza che in passato ha indotto il G.I.A. a ritenerle solo delle concrezioni calcaree.
Con le nuove Normative U.N.I. 10245 che prescrivono che il temine "perla" deve essere attribuito a una concrezione carbonatica prodotta da molluschi, anche queste rientrano a pieno diritto nell'èlite di questi stupendi doni del mare.
Si incontrano, a volte, concrezioni carbonatiche (p.es. quelle formatesi alla base dei denti degli ippopotami) che erroneamente sono state a volte considerate perle.
In ogni caso sono molto rare e, secondo la tradizione, verrebbero gelosamente conservate dagli indigeni come amuleti portafortuna di grande efficacia.

METODI DI IDENTIFICAZIONE

L'identificazione di una perla naturale da un'imitazione è certo un compito alla portata di (quasi) tutti coloro che si siano sufficientemente interessati al settore, purchè dotati di un minimo di esperienza e di un'attrezzatura apposita, anche ridotta; viceversa, riconoscere con certezza una perla naturale da un esemplare coltivato richiede un impegno di gran lunga maggiore, ed è compito esclusivo di specialisti e di laboratori di alto livello.
La nostra dissertazione non sarebbe però completa senza la descrizione dei metodi d'indagine e, pur senza la pretesa di un elenco esaustivo, riteniamo necessario descrivere per sommi capi i mezzi e le procedure d'analisi.
Dal punto di vista pratico, la presenza del foro (passante o meno) nelle perle costituisce un grande vantaggio di partenza per l'analista e per il gioielliere per l'identificazione di una perla coltivata: un'attenta osservazione del materiale in prossimità del foro consente infatti di individuare (nella maggior parte dei casi) la zona di separazione fra il nucleo innestato e lo strato di perlagione.
Un'ulteriore conferma dell'identificazione è fornita dall'eventuale presenza di una linea di demarcazione fra i due elementi, linea che appare più scura ed è dovuta alla conchiolina.
Anche l'analisi endoscopica rappresenta un notevole aiuto nella ricerca diagnostica, tanto che l'endoscopia delle perle era un?analisi di routine negli anni '50 in tutti i laboratori più prestigiosi.
Con l'endoscopio si introduce nel foro della perla una sottile sonda tubolare che, per mezzo di due specchi a 45°, consente di immettere e ritrasmettere all'osservatore la luce riflessa dagli strati concentrici di perlagione delle perle naturali.
Viceversa, le perle coltivate, che presentano un nucleo a strati paralleli, nella quasi totalità dei casi evidenziano una totale mancanza di trasmissione luminosa. L'indagine presuppone quindi la presenza di un foro passante, e quindi non è una procedura utilizzabile per tutti i campioni.
Un altro metodo d'indagine per stabilire se la perla in esame sia un esemplare naturale oppure coltivato presuppone l'uso di raggi x, ovvero la radiografia che tutti conosciamo.
Dall?osservazione delle lastre ottenute risulta evidente la differente permeabilità dei due soggetti, in quanto il nucleo delle perle coltivate è quasi trasparente ai raggi, mentre gli strati di perlagione (soprattutto a causa della conchiolina) appaiono opachi.
La radiografia delle perle, per inciso, non presenta particolari difficoltà, a parte i tempi variabili di esposizione che dipendono dalle dimensioni e dal tipo di perla. Disponendo delle apparecchiature necessarie e delle opportune protezioni, questo esame si esegue con relativa rapidità.
La "xerografia" è un altro metodo d'analisi i cui risultati sono del tutto simili a quelli ottenuti con i raggi x, rispetto ai quali presenta però il vantaggio di offrire immagini più ricche di definizione, con un gradevole viraggio azzurro.
Più moderno del precedente, questo sistema ha il vantaggio di richiedere potenze di irraggiamento inferiori, e quindi meno pericolose; per contro, utilizza schermi di grandi dimensioni, e produce pertanto lastre dal costo molto superiore.
Il metodo della diffrazione, in uso da alcuni decenni e da non confondere con la radiografia, consiste nell?analisi degli effetti della diffrazione dei fasci di raggi x, che producono lastre dall'aspetto caratteristico a seconda dell'origine (naturale o coltivata) della perla.
è però necessario procedere ad esposizioni successive e presentare le perle con orientamenti diversi, in modo da farle attraversare dai raggi secondo una particolare direzione: la direzione assiale, individuabile anche grazie all'esperienza dell'analista.
L'ultima analisi che prenderemo in considerazione è l'esame della fluorescenza indotta ai raggi x, fluorescenza caratteristica di vari tipi di perle: in alcuni casi, questa fluorescenza permette di discriminare non solo quelle naturali da quelle coltivate, ma anche quelle di acqua dolce da quelle di mare.
Un analista esperto può arrivare anche a riconoscere, in presenza di saturazioni di colore molto marcate, se il colore stesso è naturale oppure se è stato indotto artificialmente.

ELEMENTI DI VALUTAZIONE QUALITATIVA:
PERLE NATURALI E COLTIVATE

Date per scontate le prime discriminazioni fra perle naturali e coltivate, e fra perle di mare e d'acqua dolce, vi sono sei fattori fondamentali che bisogna considerare attentamente per addivenire ad una stima corretta del valore commerciale delle perle.
E' ovvio che si tratta solo di una traccia da intendere come procedura standard, in quanto il prezzo finale sarà sempre influenzato, e sovente determinato in modo preponderante, anche da fattori contingenti: andamento del mercato, disponibilità di materiale, concentrazione dell'offerta, eccetera, che sono campo esclusivo di valutazione dei commercianti la cui esperienza è quindi determinante.

- forma:
pur presentandosi secondo le forme più diverse, le perle vengono raggruppate in categorie di riferimento, le più importanti delle quali sono (in ordine di pregio): sferica, sub-sferica, tre/quarti, ovale, a goccia, ovaloide, semibarocca, barocca, fantasia.

- dimensioni:
il valore delle perle, singole o in filo, è strettamente legato alle dimensioni: ? intuitivo che, al crescere delle stesse, aumenta la rarit? degli individui e di conseguenza il loro valore.
Le dimensioni si misurano in millimetri, con la tolleranza di 1/2 mm (es.6-6,5 mm), misurazione che, quando presente, viene effettuata perpendicolarmente al foro; in caso contrario, si precisano il diametro minimo e quello massimo.

- strato di perlagione:
E' un fattore molto importante fra i criteri di valutazione, e si determina solitamente con la lente o con il microscopio (attraverso il foro); oppure, nei casi più difficili, con l'ausilio di apparati a raggi x (radiografia).
Gli spessori si indicano di solito con livelli quali: molto spesso, spesso, medio, sottile, molto sottile, insufficiente.

- colore:
elemento importante nel contesto economico generale, viene però considerato in modo diverso, in funzione della latitudine, della cultura e delle preferenze conseguenti da etnie e zone diverse.
In linea di massima, si rileva comunque una preferenza dei toni rosati nelle popolazioni latine, mentre i colori più freddi (bianco) sono maggiormente ricercati dalle popolazioni nordiche. I colori più caldi (crema e giallo) sono i preferiti dalle popolazioni dell'Asia e del Centro America.
Nelle perle la graduazione di colore viene effettuata in luce Normalizzata (nordica) in modo del tutto analogo alla procedura standard utilizzata per i diamanti: la perla viene osservata appoggiata su di un cartoncino bianco, valutandone la tonalità sotto due aspetti: il colore di base e la sfumatura.
Il colore di base si individua al centro della perla, e la sfumatura invece osservandone attentamente i bordi.
A titolo del tutto indicativo possiamo indicare il rosa con sfumatura rosa, il bianco con sfumatura rosa e il bianco argento con sfumatura rosa fra i colori più apprezzati nei nostri mercati.
In ultimo, è importante sottolineare come, nel caso di fili di perle, il colore venga anche considerato nel suo insieme, dal punto di vista dell'omogeneità (con i termini di scarsa, discreta, buona).

- oriente:
con questo termine si indica l'insieme dei fenomeni ottici che presenta la perla: riflessione, rifrazione e dispersione della luce. Per esprimere un giudizio appropriato e, necessariamente accurato, si osservano le perle in luce diffusa, appoggiate su di un fondo bianco non riflettente. L'oriente si percepisce come un caratteristico insieme di colori, in movimento sulla superficie della perla.
Nell'esprimere un eventuale giudizio si utilizzano (tradizionalmente) i termini: scarso, discreto, buono, ottimo.

- aspetto della superficie:
per la valutazione di quest'ultimo fattore si considerano tutti i caratteri esterni presenti sulla superficie della perla; l'osservazione viene eseguita con molta attenzione, ad occhio nudo, con l'ausilio di un'appropriata sorgente luminosa. Nella ricerca della perfezione ideale, quindi, si noteranno con particolare cura piccoli affossamenti e rilievi, screpolature e graffi, macchie di colore, eccetera.
I termini utilizzati per indicarne il livello sono, nell'ordine: regolare, lievemente irregolare, irregolare, molto irregolare.

IMITAZIONI

Anche se i romani furono i primi ad usare il vetro per imitare le perle, le vere imitazioni nacquero successivamente, ad opera dei veneziani, con la scoperta del vetro soffiato. Per rendere tali imitazioni più credibili, era d'uso comune riempire l'interno delle sfere con cera, borace e altre sostanze analoghe.
L'elenco che segue ha lo scopo di descrivere con sufficiente precisione l'evolversi nel tempo dei vari tipi di imitazioni: infatti, non è raro imbattersi ancora oggi in terminologie del tutto avulse dalla realtà dei prodotti a cui si riferiscono. La confusione che ne è derivata, tra l'altro, è servita in non pochi casi ad alimentare circuiti commerciali (a dir poco) non corretti.
Sotto la voce "imitazioni" sono comprese tanto quelle sufficientemente sofisticate da richiedere un attento esame, quanto i tipi più banali, certo più consoni alle chincaglierie dei mercatini da sagra patronale.
Nel 1650, un francese, tal Jacquin, scoprì che le squame finemente tritate di alcuni pesci di acqua dolce producevano un effetto iridescente simile a quello delle perle, e nacquero così le:

Perle Francesi:
il cui interno veniva spalmato con l'"essenza d'oriente", una specie di vernice formata da colla e squame finemente tritate, inventata nel 1650 da un francese (m. Jacquin) che utilizzò pesci di acqua dolce.

Perle Romane (1800 circa):
sono sfere di vetro pieno verniciate con l'essenza d'oriente e poi ricoperte con un successivo strato di vetro. Questi prodotti erano particolarmente pesanti, il che li rese facilmente riconoscibili come "perle false".
Negli anni '50, con il diffondersi delle diverse materie plastiche e delle vernici alla nitro, comparvero in commercio nuove imitazioni, dall'aspetto decisamente più credibile anche se, al contrario delle precedenti, risultarono comunque troppo leggere.

Perle di Majorca:
sono perle di vetro ricoperte con soluzioni di nitrocellulosa addizionata con ossido di titanio con mica, carbonato di piombo ed altre sostanze, a seconda del tipo e del colore del prodotto desiderato.
Commercializzate a partire dagli anni '50, derivano il loro nome dal luogo storico di produzione, la ridente cittadina di Manacor sull'isola di Majorca che, fin dai tempi dell?antica Roma, era famosa per le produzioni in vetro.
Questo tipo di prodotto viene denominato con numerosi nomi di fantasia, a seconda delle ditte di produzione ("perle orquidea", "perle dalia", "perle Majorica", eccetera) il che origina sovente malintesi di tipo commerciale.
La qualità del prodotto, e le relative differenze di prezzo, derivano quasi esclusivamente dal numero di strati di vernice (circa una ventina, nei tipi con garanzia più estesa) applicati sul nucleo.
Il nucleo si fabbrica sia con il comune vetro incolore, sia con quello opalescente, colati goccia a goccia su un filo di rame; successivamente, si immerge il tutto in acido solforico in modo da sciogliere il filo senza rovinare le gocce, ed ottenere così le sferette già provviste di foro.
In ultimo si immergono ripetutamente queste sfere nell'essenza adatta per ricoprirle con i vari strati di vernice.

Perle di Vasca:
composte in origine con un nucleo di madreperla e in seguito con un nucleo di carbonato di calcio più o meno pressato, hanno una superficie ricoperta con vari tipi di vernici sintetiche, sovente le stesse vernici usate per la produzione delle imitazioni già descritte.
Sono però migliori delle "perle Majorca" poichè i nuclei di madreperla o di carbonato di calcio hanno il vantaggio di essere porosi e di assorbire quindi meglio le lacche superficiali; superfluo quindi l'ulteriore verniciatura protettiva(tipica delle Majorca) per evitare che si spellino.
La stessa definizione di "perle di vasca" è per sua natura sibillina, e dobbiamo aggiungere che, al loro apparire, venivano reclamizzate in modo ancora più ambiguo.
Tipiche (anni '80) erano le marche sinonimo di provenienza (es. perle di Kobe) o le garanzie redatte in modo tale da far ritenere che il prodotto fosse uno stretto parente delle ben più pregiate perle coltivate giapponesi, e non una ben riuscita imitazione delle stesse.

RICONOSCIMENTO DELLE IMITAZIONI

Presupponendo la conoscenza dei vari metodi di fabbricazione, il riconoscimento delle imitazioni consiste nella ricerca e nell'osservazione dei particolari caratteristici che le contraddistinguono, con l'uso del microscopio gemmologico o, anche, di una buona lente.
Tipica di tutti i prodotti di questo secolo è la presenza di uno o più strati di vernice, strati soggetti ad abrasione e ad usura (anche totale) nelle zone di contatto.
L'esame è decisamente facilitato dalla presenza del foro, passante o meno, in corrispondenza del quale si potrà osservare '?aspetto tipico delle vernici usate che, essendo elastiche, possono essere facilmente sollevate dal nucleo mediante una leggera forzatura con un normale, piccolo ago.
Nei fili dove le sfere sono a contatto l'una con l'altra, quelle del tipo verniciato tendono a consumarsi e, a causa dello sfregamento reciproco in prossimità del foro, a presentare mancanze nella vernice stessa.
L'identificazione non è però difficile anche senza la presenza del foro poichè, tanto con il nucleo di vetro, quanto con quello di plastica, alla lente o al microscopio la superfice appare sempre estremamente liscia e priva di rugosità: quella rugosità che è caratteristica delle perle naturali o coltivate.
In ciò trova origine l'abitudine (in verità piuttosto patetica, oggi) di saggiare le perle rotolandole delicatamente fra i denti.
Ulteriori caratteristiche discriminanti osservabili nelle più comuni imitazioni sono:

- le residue tracce dello stampaggio, per i prodotti con nucleo in plastica;

- le bollicine caratteristiche del vetro, per le perle con nucleo costituito da questo prodotto;

- l'inconfondibile sdoppiamento dei bordi di una macchiolina d'inchiostro posta sulla superficie nelle perle di vetro/essenza/vetro, (esame di routine per gioiellieri, solitamente condotto con una lente a 10x o con il microscopio gemmologico).

Nel caso degli esemplari attuali più sofisticati, cioè quelli prodotti partendo da nuclei di madreperla, o comunque di carbonato di calcio, un'attenta analisi della superficie rimane in ogni caso il mezzo diagnostico più efficace per una corretta identificazione.

DISIDRATAZIONE DELLE PERLE

Quando una perla presenta diverse fessurazioni superficiali perde le sue caratteristiche estetiche. Il fenomeno è dovuto alla disidratazione del soggetto ed è la conseguenza di vari motivi legati alle condizioni ambientali nelle quali la perla viene a trovarsi.
Anche il contatto con la pelle può essere dannoso per il mantenimento dell'oriente e della bellezza della perla che, costituita anche da sostanza organica, può deteriorarsi irreversibilmente e quindi perdere definitivamente il suo misterioso fascino.

CONSIGLI UTILI PER FAR DURARE A LUNGO LE PERLE

Un filo di perle coltivate di buona qualità può durare a lungo, naturalmente a patto di adottare alcune semplici cautele.
Bisogna ricordare che le perle sono costituite in massima parte da carbonato di calcio sotto forma di cristallini di aragonite e calcite, da una sostanza organica chiamata conchiolina e dal 2-4% di acqua: pertanto, riguadagnano parzialmente il lustro originale se asciugate delicatamente con un panno morbido.
L'operazione, da ripetere periodicamente, è particolarmente necessaria per le perle indossate in estate, al fine di proteggerle dalle deleterie conseguenze dalla traspirazione umana;

- lacche, profumi, deodoranti e creme sono inesorabili nemici per le perle, dai quali debbono essere assolutamente protette;

- non bisogna dimenticare che la maggior parte dei detergenti contengono agenti decoloranti, quindi è necessario evitarne il contatto facendo il bagno, lavando i panni e durante gli altri lavori domestici;

- le perle devono essere conservate in ambiente asciutto e non ossidante, e soprattutto avendo cura di evitare forti sbalzi termici;

- un'atmosfera eccessivamente secca non è certamente l'ambiente ideale per la conservazione delle perle: queste infatti potrebbero subire una leggera disidratazione e, perdendo peso, (in questo caso l'acqua, che costituisce il 2% della sostanza componente) subire danni irreversibili;

- se indossate di frequente, le perle necessitano la sostituzione del filo di montaggio almeno una volta all'anno: questo è il principale elemento che assorbe e trasmette le sostanze nocive, ed è soggetto anche ad una discreta usura, con il rischio di rottura nel momento meno opportuno;

- nemmeno la conservazione pura e semplice di oggetti con perle esula dalla necessità di precise cautele: deleteri, addirittura distruttivi risultano i faretti alogeni delle vetrine, al cui interno la temperatura sale sovente a livelli inaccettabili, o i caveaux di certe soluzioni di sicurezza, viziati però da un'umidità eccessiva.

- in ultimo, difficilmente le perle si infrangono cadendo al suolo, poichè lo strato di carbonato di calcio, ben amalgamato dalla conchiolina gelatinosa, conferisce loro una buona tenacità; per contro, la durezza varia da 3,5 a 4,5 sulla scala di Mohs, e pur se l'unghia (durezza 2,5) non è in grado di rigarle, qualsiasi oggetto metallico, specie se appuntito, le può danneggiare anche profondamente;

- se necessario, è comunque possibile attenuare la visibilità dei graffi sino ad eliminare quelli di lieve entità strofinandoli energicamente con un panno leggermente imbevuto di olio d'oliva.

In considerazione della delicatezza dei soggetti, è dunque importante riporre le perle in astucci adatti, foderati di panno morbido o pelle di daino, e comunque mai abbandonate alla rinfusa insieme ad altri gioielli!

PERLE E LEGGENDE

Nell'antichità le perle erano un privilegio di nobili e di personaggi ricchissimi, mentre l'apostolo Matteo, dal canto suo, le considerò come segno divino e di salute. E' risaputo inoltre che nel Medio Evo si credeva avessero proprietà mediche miracolose.
La genesi delle perle, allora, era ancora sconosciuta, ma nei fiumi e nei corsi d'acqua europei se ne trovavano con una certa frequenza.
Il sovrano babilonese Nabuchodonosor portava diademi ornati di preziose perle e Salomone, re di Israele, le considerava un simbolo di purezza.
Si narra anche che Nerone facesse coprire di perle il suo letto, per la voluttà di abbandonarsi su di esse e che Giulio Cesare offrì come pegno d'amore a Servilia, madre di Bruto, una perla considerata unica per la sua bellezza e valutata sei milioni di sesterzi.
Carlo I era solito portare una magnifica perla all'orecchio destro, da cui difficilmente si separava, e quando fu condannato alla decapitazione molti credevano che egli l'avrebbe portata nella tomba; grande era la folla alla sua esecuzione, ma il re vi si presentò senza il celebre orecchino: perfettamente al corrente del suo destino, aveva preferito affidarla a un parente affinchè la tramandasse.
Plinio ci racconta, nel capitolo 33 del diciannovesimo volume della sua "Historia Naturalis", il leggendario aneddoto di Cleopatra che, durante un banchetto offerto a Marco Antonio, apparve ornata di due perle a forma di pera di enormi dimensioni (del valore di oltre 5 milioni di sesterzi cadauna), ottenute per successione dai Re d'Oriente.
Per dimostrare grandezza e volontà al suo ospite, dopo averne disciolta una in una coppa di aceto, bevve il miscuglio che ne risultò. Lucio Plauto impedì a Cleopatra di dissolvere anche il secondo esemplare che, dopo la caduta della regina, fu portato a Roma assieme al suo tesoro. Su ordine di Augusto, l'enorme perla fu poi divisa in due parti che, montate su un paio di orecchini, vennero offerte alla Dea Venere raffigurata in una statua del Pantheon.
Questa leggenda, di cui tra l'altro esistono diverse versioni, è oggi discutibile in alcuni dettagli, anche perchè, per dissolvere una perla di tali dimensioni, sarebbero stati necessari diversi giorni, a meno che non fosse stata precedentemente polverizzata o macerata in un acido adatto.
Durante il regno della Regina Elisabetta, sir Thomas Gresham, in occasione di un ricevimento ufficiale in onore dell'ambasciatore di Spagna, per stupire l'ospite e dimostrargli la grandezza dell'Inghilterra, ridusse in polvere una grossa perla, la mescolò a del vino, e spalmò il tutto su pane tostato che offrì alla sua Regina.
Esibizionismi e ipotesi gastronomiche a parte, la perla polverizzata e sciolta nell'aceto era un medicamento noto e consueto fin dall'antichità grazie alla presenza del carbonato di calcio, per curare l'ulcera addominale.
Il re di Baroda, in India, possedeva un tappeto unico al mondo e di valore inestimabile, composto di fili di perle. Secondo una leggenda il tappeto sarebbe dovuto servire a ricoprire la tomba di Maometto, mentre un'altra versione attribuisce invece al grande Mahratta Klandarao l'intenzione di offrirlo ad una principessa di cui era innamorato.
Il governatore inglese stabilì però che la provincia di Baroda era troppo povera per potersi permettere di perdere un oggetto di così alto valore e decise che il tappeto sarebbe rimasto di proprietà della provincia; d'altra parte nessuna cifra sarebbe stata abbastanza elevata per acquistarlo!
Per molto tempo la borsa di Parigi e quella di Londra furono rifornite delle perle rubate dai soldati delle truppe europee in Cina: nel 1860 il Palazzo d'Estate di Pechino fu preso d'assalto e saccheggiato.
Un cronista al seguito dei soldati riferì che il pavimento della sala del tesoro era ricoperto di gioielli e di meravigliosi oggetti d'oro e di argento. Molte delle perle incastonate nei gioielli rubati erano di colore crema scuro, colore tipico di quelle provenienti dalla costa della Birmania.
Sfortunatamente, i cinesi le usavano come bottoni per allacciare gli abiti, e la quasi totalità degli esemplari era quindi forata.
Le perle di Elisabetta d'Austria hanno una storia molto singolare. Dopo il suicidio di suo figlio, l'arciduca Rodolfo, l'imperatrice viaggiò a lungo per l'Europa al fine di attenuare almeno in parte il profondo dolore con le emozioni dei viaggi.
Ella portò sempre con sè un piccolo cofanetto con i gioielli preferiti, tra cui un magnifico collier di perle che, a suo dire, non aveva più lo splendore originario.
Un gentiluomo ungherese affermò di conoscere un segreto infallibile per ringiovanire le perle, raccontando che i romani, grandi ammiratori delle stesse, usavano porle in mare per preservare il loro inimitabile splendore e oriente.
L'imperatrice fu sedotta da questo racconto e, nel tranquillo ritiro della sua villa, a Corfù, ordinò la fabbricazione di una botte in legno con piccoli fori: in presenza della sua dama di compagnia e di un vecchio pescatore immergeva la piccola scatola, dopo averla zavorrata, in un luogo segreto e così il suo meraviglioso collier, oltre a beneficiare della cura era anche conservato al riparo di ladri e malfattori diversi.
Poco dopo, durante un viaggio a Ginevra, l'imperatrice fu ferita mortalmente dall'anarchico italiano Luchesi e, dopo la sua tragica morte, il collier fu momentaneamente dimenticato.
Venuto a conoscenza della storia, il Kaiser Guglielmo II, che ereditò la villa, fece condurre delle ricerche che purtroppo si rivelarono infruttuose. Da allora, gruppi di pescatori dilettanti organizzano periodicamente immersioni di ricerca nella baia di Corfù, ma senza esito alcuno. Finora!


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