La fabbrica del gioiello. Gemme organiche
     
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Gemme organiche

Questo capitolo è dedicato a tutte quelle sostanze organiche che, per rarità e pregi estetici, sono assurte a ruolo di materiale ornamentale di importanza rilevante e completare così l'elenco dei materiali che, grazie ad un sapiente intervento umano, hanno ricoperto un ruolo importante nel commercio delle gemme. All'elenco che segue manca la perla, alla quale per cultura, importanza e ricchezza di argomenti è stato dedicato un capitolo a parte.

CORALLO

Caro, vecchio, nobile e bellissimo corallo! A prescindere dai gusti individuali, crediamo non esista nessuno che possa restare insensibile dinnanzi al calore, al fascino indescrivibile di questa materia nata nelle azzurre profondità dei mari.
Forse, e per i motivi più diversi, alcuni non lo indosseranno mai, ma è innegabile che tanto i contorti arabeschi del corallo grezzo quanto le sapienti lavorazioni di maestri dall'antica arte sono un messaggio di bellezza che parla direttamente il linguaggio delle emozioni più profonde.
Al disopra delle mode, indifferente ai confini ed immersa nella notte dei tempi, la storia del corallo si mescola e si confonde con la leggenda, fino quasi ad assumere connotazioni che sconfinano nella mistica.
Pochi, tutto sommato, i testi che ne trattano estesamente ma, per fortuna, alcuni di grande valore: nulla di meglio quindi che l'approfondire su di essi l'argomento.
Per i nostri scopi ricorderemo che tra le gemme di origine organica, il corallo è la sostanza che, insieme alla perla, deve la sua esistenza al mare.
L'uso di questo stupendo materiale è quindi apprezzato fin dagli albori della civiltà umana: basti citare la grande considerazione di cui godeva presso greci e romani i quali, tout court, lo consideravano il miglior frutto del mare.
La maggior parte del corallo utilizzato in gioielleria è ricavato dagli scheletri calcarei di organismi marini, dell'ordine delle gorgonacee e del genere corallium; dal punto di vista chimico questa materia è costituita in prevalenza da carbonato di calcio sotto forma di calcite (85%), carbonato di magnesio (7%) e solfato di calcio con ossido di ferro (4%), il tutto cementato da materiale organico di tipo proteico (3%).
La sua densità varia da 2,60 a 2,70 a seconda della compattezza e della zona di provenienza del materiale, con una durezza oscillante fra 3 e 4, in conseguenza dell'età.
L'indice di rifrazione, pur considerate le difficoltà di rilevamento a causa del tipo di materiale, si sovrappone ai valori della calcite che variano fra 1,48 e 1,66 con una forte birifrangenza. Questi valori, comunque, sono difficilmente (o quasi mai) rilevabili con precisione a causa della struttura massiva sotto la quale questa sostanza si presenta.
Inerti ai raggi U.V. a onda corta, alcuni coralli rosa presentano a volte una fluorescenza biancastra di aspetto gessoso agli U.V. a onda lunga. Il corallo è facilmente solubile in acido cloridrico, e questa caratteristica, insieme alla densità e all'indice di rifrazione, si rivela a volte essenziale per la sua distinzione dalle imitazioni, in taluni casi davvero insidiose.

BIOLOGIA DEL CORALLO

La materia comunemente definita corallo è in realtà lo scheletro, o meglio l'impalcatura più o meno ramificata, che colonie di piccolissimi polipi (della famiglia dei celenterati) producono nel corso della loro vita in comunità.
In effetti, i singoli polipi sono in comunicazione continua fra di loro attraverso i microscopici canali che traforano il corallo, e che costituiscono anche una delle principali caratteristiche distintive nel prodotto posto in commercio.
L'ambiente ideale è costituito da mari con temperature comprese fra i 18 ed i 20 gradi, con profondità che variano fra i 10 ed i 100 metri. Condizioni essenziali sono però l'assenza di sostanze inquinanti, una salinità relativamente elevata ed una luminosità apprezzabile.
Questo spiega l'importanza del Mediterraneo, in particolare delle acque sarde, siciliane, ma anche nord africane, non solo per quantità, ma anche e soprattutto per la qualità del prodotto. E, dato che ogni regola ha le sue eccezioni, è opportuno ricordare che sono stati raccolti coralli a profondità vicine ai 1.500 metri, con temperature attorno ai 7 C.
Il ciclo biologico dei coralli si compie nell'arco di 18/20 anni, periodo entro il quale si deve effettuare la raccolta: dopo tale periodo, nello stesso modo in cui si deteriora una casa abbandonata, il carbonato di calcio di cui è composto il corallo inizia a subire un processo di sgretolamento, oltretutto accellerato dall'azione di parassiti specifici.
Per cause tuttora ignote, può anche succedere che una colonia di polipi, magari l'intera popolazione di un esteso banco corallifero scompaia, e i biologi marini sono ancora intenti a studiarne le cause.
In passato, un tale fenomeno si verificò in modo imponente nel mare di Sciacca, in Sicilia, dove sepolto nel fango fu scoperto un importante giacimento di corallo fossile, dal caratteristico colore giallo/aranciato.

CENNI STORICI

La storia del corallo ha lasciato numerose, stupende tracce nei monili e nei manufatti giunti fino a noi dalle più diverse e lontane civiltà: reperti archeologici datano ad almeno 20/25.000 anni l'uso di tale materia come ornamento;
i fenici, per tradizione grandi navigatori, ne fecero grande commercio e nel contempo ne favorirono la diffusione. Gli egiziani lo lavorarono estesamente, tanto che il relativo mercato divenne una parte significativa della loro economia, mentre greci prima, e romani poi, lo ebbero in grande considerazione tanto come ornamento, quanto come amuleto dotato dei più diversi poteri soprannaturali.
I primi studi a livello naturalistico risalgono nientemeno che a Plinio il Vecchio, ma la materia è tuttora oggetto di accurate ricerche, almeno nella speranza di riuscire a ripopolare, in zone opportunamente protette, quei mari che una raccolta sconsiderata (un vero e proprio saccheggio) ha reso ormai sterili.
Per anni, dal medio evo in poi, le popolazioni affacciantisi sul Mediterraneo si sono contese esclusive di pesca e supremazie di lavorazione, argomenti ampiamente descritti nei numerosi documenti che, all'epoca, regolamentavano la materia.
Per giungere ad una regolamentazione giuridica in senso moderno, bisogna però arrivare fino alla metà del 1700, quando Ferdinando IV di Borbone codificò con un'intera serie di editti e di leggi che regolamentavano in modo esemplare tutti gli aspetti del diritto marittimo relativi alla pesca e alla lavorazione di questo prodotto.
Nel X e nell'XI secolo la supremazia della raccolta era vanto delle città costiere della Tunisia, che lo inviavano poi in diverse città italiane per la lavorazione; dal XII al XVII secolo Genova grazie ai suoi intrepidi pescatori che, già organizzati in corporazioni professionali solcavano l' intero Mediterraneo, seppe conquistare una posizione di privilegio per qualità del lavoro e per capacità commerciali.
Anche Lisbona, a partire dal XVI secolo accentuò notevolmente un interesse commerciale verso il corallo distribuendo quantità enormi di prodotto, sia grezzo che lavorato. Un cenno particolare merita la stessa Marsiglia che, anch'essa nel XVII secolo, raggiunse una fama notevole diffondendo coralli lavorati in modo del tutto originale, ancor oggi riconoscibili dalla tipica sfaccettatura.
La città di Trapani, con i suoi corallai di stirpe ebraica, visse un periodo di grande splendore tra il XV e il XVII secolo, con l'allacciamento di vaste relazioni commerciali. Tale stato di cose ebbe termine con l'intervento degli Angioini, che ne limitarono l'attività per motivi religiosi.
Costretti ad emigrare verso Livorno, dove il clima politico e religioso era più tollerante, vi diffusero con successo l'antico mestiere, con grandi benefici per la città stessa. Negli ultimi due secoli (per l'esattezza, dal 1750) è però Torre del Greco che ha assunto l'indiscussa posizione di leader mondiale del commercio e delle lavorazioni specializzate di questo prezioso, stupendo materiale.
La città partenopea ha sviluppato rapidamente la vocazione di capitale del corallo sfruttando i numerosi, ricchi banchi delle sue meravigliose acque, estendendo via via le aree di approvvigionamento ai mari della Sicilia e, soprattutto, della Sardegna.
Banchi che, per una malaccorta gestione delle risorse, sono stati sfruttati a ritmi eccessivi per troppo tempo, giungendo fino alle attuali, critiche condizioni. Bisogna precisare che, almeno negli ultimi tempi, il problema è stato affrontato nella sua globalità e, insieme ad una più severa regolamentazione della raccolta, si è impostato anche un avanzato piano di studi che prevede anche il tentativo di reimpiantare piccole colonie di polipi coralliferi in zone strettamente protette. In ogni caso, oggi come un secolo fa, Torre del Greco e corallo (in gran parte importato dalle acque del Pacifico) sono un binomio inscindibile, benchè esistano numerosi altri centri che, magari anche solo a scopo turistico, propagandano la disponibilità di produzioni locali più o meno pregiate.
E' solo il caso di sottolineare che il corallo sarebbe disponibile in quantità enormi, se non chè solo una minima parte di esso è suscettibile di impiego in gioielleria.
Le grandi barriere coralline (Australia, mari del sud, e altre) sono costituite da materiale poroso e biancastro, di nessun valore economico; gli stessi banchi giapponesi e filippini, oggi accreditati produttori della varietà rosa (il celebre corallo "pelle d'angelo" non sono più in grado di assicurare copiose forniture, il che spiega ampiamente tanto il progressivo diradarsi del materiale disponibile, quanto il costante lievitare delle quotazioni.

TIPI DI CORALLO E LUOGHI DI PESCA

Il più conosciuso, il più celebre e certamente il corallo più usato nell'antichità è quello denominato "corallo mediterraneo", scientificamente identificato come "corallium rubrum" la cui area di raccolta interessa le coste di tutto il bacino omonimo, spaziando dalla Grecia alla Spagna, dall'Italia alla Tunisia, dalla Iugoslavia al Marocco.
Il colore varia dall'arancio al rosso scuro e si presenta sempre distribuito in modo uniforme e compatto. Lo si pesca a profondità diverse, fra i 30 ed i 200 metri, in cespi alti fino a 20 cm. con largo impiego di mezzi che alimentano una vera e propria industria.

CORALLO SCIACCA

Anche questa rara, pregiata varietà appartiene al genere "corallium rubrum", ma con un'area di raccolta ben definita: appunto, il mare di Sciacca, in Sicilia, che ne ha conservato il segreto per milioni di anni, fino alla scoperta dei giacimenti nel 1875.
E il termine giacimenti è l'unico appropriato, trattandosi dell'unico corallo sub-fossile di grande pregio che si utilizzi in gioielleria! Dal colore tipico, arancio con sfumature che variano dal chiaro allo scuro, ha tutte le caratteristiche del corallo "vivo", ma è vissuto in epoche remote e, per un meraviglioso prodigio della natura che lo ha conservato sepolto in quieti banchi fangosi, si è conservato intatto fino ad oggi.
Ebbe un periodo di grande notorietà, in concomitanza con la (relativa!) abbondanza di materiale conseguente la scoperta di ben tre banchi.
Oggi è da ritenersi una rarità vera e propria, i cui pezzi migliori sono conservati con ogni cura nei musei più famosi, oltre che nei forzieri delle ditte più importanti.

CORALLO SATSUMA

Il nome scientifico è quello di "corallium elatius" e viene pescato a profondità maggiori, circa 2/300 m. Proveniente dai mari delle Filippine e del Giappone, è la materia che negli ultimi decenni ha sostituito, perlomeno per quanto riguarda le quantità disponibili sul mercato, il corallo mediterraneo.
Non presenta una compattezza di colore paragonabile a quello del mediterraneo, e non di rado si trovano rami il cui colore sfuma da un bel rosso fino ad un meno pregiato, per quanto tipico, bianco.
Inoltre, la caratteristica distintiva di questo tipo di corallo è la presenza all'interno dei rami di una vena, o anima, di colore bianco che, se crea problemi non indifferenti per l'utilizzo in gioielleria, dal punto di vista gemmologico è di grande aiuto per la corretta identificazione della varietà di origine.
I cespiti presentano sovente dimensioni notevoli, che raggiungono facilmente i 40 cm ma anche, pur se in casi ben più rari, raggiungono gli 80 centimetri.
Per queste dimensioni, e per la sua tipica morfologia si presta particolarmente bene anche per le sculture destinate all'oggettistica di pregio, oltre che per i classici tagli a cabochon, a sfera, eccetera.

CORALLO BOK?, O PELLE D'ANGELO

Celeberrima variet? dalla delicata, dolcissima sfumatura rosata, il cui successo ? dovuto anche all?indovinato nome che ha conquistato la fantasia popolare.
Ha un colore rosa uniforme ed una grana fine, piuttosto difficile da lavorare e, proveniente dal Giappone, appartiene alla stessa variet? descritta nel paragrafo precedente.
Raggiunge facilmente quotazioni elevate, e per questo motivo il suo impiego ? studiato con estrema razionalit?, tanto tecnica quanto, e soprattutto, commerciale.
Ma questo corallo ? anche oggetto di speculazioni diverse, dalla diffusione di specie meno pregiate e spacciate come ?pelle d?angelo? alle vere e proprie sofisticazioni ottenute mediante tinture di esemplari dalla saturazione cromatica inferiore, oppure penalizzati dalla presenza di antiestetiche macchie rossastre.

CORALLO MISS (O MISU)

Nettamente meno pregiato di quello denominato ?pelle d?angelo?, proviene dagli stessi mari e, avendo colori che variano dal bianco al rosa pallido, viene spesso spacciato (difficile dire se in buona fede o meno) per il pi? pregiato parente.
Ottima comunque la grana, il che lo rende molto adatto alla produzione di vellutati cabochon e di lucenti sfere da collana.

CORALLO MORO (O SANGUE DI BUE, O AKASANGO)

Preceduto solo dalle quotazioni dell?autentico ?pelle d?angelo?, ? certamente fra i coralli pi? ricercati in assoluto.
Si pescava a profondit? abissali (600/800 m) nei mari meridionali del Giappone, e purtroppo oggi ? praticamente estinto. Col senno di poi ? ora difficile addebitarne le cause all?inquinamento attuale, o alle passate indiscriminate raccolte.
Di intenso colore rosso scuro, con una lucentezza vetrosa, mostra sovente macchie bianche che, unite ad una durezza elevata e alla presenza di canali interni, mettono a dura prova l?abilit? degli addetti al taglio nell?ottenere pezzi di colore omogeneo.

CORALLO DEEP SEA

Traducibile come ?corallo di profondit??, viene pescato tra i 1000 ed i 2000 metri, il che ha costretto pescatori e biologi marini a rivedere le nozioni relative alle quote ritenute vitali per la sopravvivenza della specie.
Non particolarmente pregiato, ha una distribuzione inomogenea del colore, con sfumature che variano dal rosa pallido al rosso chiaro. Proviene dalle acque del Pacifico, e le Hawaii (tanto quelle americane, quanto quelle francesi) sono i principali centri di pesca e di commercio.

CORALLO ?MIDWAY?

Dal bianco fino al rosa (punteggiato di rosso), il corallo indicato scientificamente come ?corallium secundum? viene pescato nelle famose acque dell?arcipelago di Midway a profondit? comprese fra i 300 ed i 500 metri.
Viene comunemente utilizzato in glittica e, naturalmente, per le tradizionali forme a sfera e a cabochon.
La descrizione potrebbe continuare ancora a lungo, essendo state individuate almeno una ventina circa di altre specie di corallo, ma dal punto di vista merceologico le specie descritte rappresentano la quasi totalit? del settore d?interesse.

IMITAZIONI DEL CORALLO

Numerose, e a volte anche ben fatte, le imitazioni del corallo non sono per? particolarmente pericolose perch?, con un minimo di esperienza e di attenzione, si pu? risalire al materiale di cui sono fatte.
Plastica, vetro, porcellana, polveri di gesso e di marmo, debitamente compresse e tinte, frammenti di conchiglie abilmente lavorati, fino alla stessa ceralacca (a volte usata per insidiose stuccature a scopo ?estetico? sono i casi pi? frequenti ma, almeno per un gemmologo, l?identificazione non presenta difficolt? eccessive.
Una regola per tutte: la struttura granulare, raggiata o ad anelli (simile a quella di un tronco d?albero) rendono distinguibile il corallo da ogni altra materia.
La stessa paligoskite (un silicato di magnesio e alluminio), presentando un indice di rifrazione di 1,44 con densit? di 2,05 ? facilmente riconoscibile dal corallo, malgrado possieda un aspetto ed una lucentezza simile a quella dei coralli rosa di qualit? superiore.
Un discorso a parte merita il prodotto ?Gilson? commercializzato col nome di ?corallo sintetico Gilson?, ma in realt? non si pu? parlare di sintesi poich?, come ricorderemo, il corallo non ? un minerale ma una sostanza organica.
Ottenuto da calcite polverizzata, compressa ed opportunamente tinta, aggregata da collanti adatti, il prodotto del francese Pierre Gilson ? presente sui diversi mercati ormai da una trentina d?anni, ma non rappresenta un rischio, se non per i commercianti pi? sprovveduti.
Notevole come realizzazione tecnica, visto che presenta valori di densit? e di indice di rifrazione assimilabili a quelli del corallo, non ha per? le classiche linee longitudinali o concentriche tipiche di quello autentico.

AMBRA

Se si potessero solidificare i raggi del sole, potremmo dire tranquillamente che l?ambra, la regina fra le gemme di origine organica, ha un?origine stellare.
?L?oro del Nord?, come la chiamavano gli antichi, inizi? la sua storia di conquista nel cuore degli uomini dai lontani giacimenti del mar Baltico dove le onde la spingevano sulle spiagge dopo averla strappata dai sedimenti che la contenevano.
Deliziosa nella sua leggerezza, calda nelle sue sfumature, misteriosa per i segreti che sovente racchiude, l?ambra ? una lontana parente della resina dei nostri pini, rispetto alla quale ? per? pi? rigida e pi? resistente.
Per ambra intendiamo infatti la resina fossilizzata di antiche conifere, appartenenti a specie oggi estinte.
La si rinviene sotto forma di noduli o di colate, che talvolta presentano in superficie l?impronta della parete su cui si deposit? milioni di anni fa; spesso, nel suo interno, racchiude frammenti di quel mondo ormai lontano: insetti e piccoli animali, frammenti di muschi e licheni, erba e foglie che sono un vero e proprio atlante per i naturalisti.
Chimicamente ? costituita da miscele formate da composti organici differenti, e non ha una composizione chimica costante in quanto alcuni giacimenti hanno avuto origine da vari tipi di piante e in epoche geologiche abbastanza diverse.
Possiamo quindi considerare una omogeneit? di composizione solamente nell?ambito di un certo giacimento.
Ci? premesso, e nonostante queste possibili diversit?, dal punto di vista gemmologico si pu? riscontrare una certa omogeneit? nei caratteri fisici elementari, quelli cio? che sono essenziali per una corretta identificazione.
Molto ridotta la durezza, solo 2,5, ma per fortuna facilmente lucidabile, o ffre una buona resistenza meccanica, tale da consentirne una buona lavorazione al tornio. Basso anche il peso specifico, con valori compresi fra 1,05 e 1,10, di gran lunga pi? basso della quasi totalit? delle sostanze utilizzate per imitarla.
Dal punto di vista ottico si presenta tanto opaca, quanto traslucida e trasparente ma, essendo una sostanza amorfa, ? sempre monorifrangente, anche se presenta a volte una marcata birifrangenza anomala al polariscopio, a causa delle frequenti tensioni interne che la caratterizzano. L?indice di rifrazione varia fra 1,540 e 1,545.
Fonde o, meglio, ammorbidisce gradualmente fra i 150? ed i 250?, distillando in parte e producendo vapori fortemente aromatici. L?ambra ha la propriet? di elettrizzarsi per sfregamento (con un panno di lana, per esempio) e, se nei tempi antichi ci? ne ha giustificato vantate propriet? esoteriche, oggi sappiamo che lo stesso fenomeno ? riproducibile con molti tipi di plastica.
Allo stato grezzo si presenta di solito ricoperta da una crosta resa opaca e friabile da un?alterazione superficiale, e i suoi colori spaziano fra tutte le tonalit? calde: da un giallo chiaro a un giallo arancio, a un giallo bruno, fino ad un bruno rossastro, mentre meno consueti sono i colori che presentano tonalit? verdastre e azzurrine.
Celeberrimi i giacimenti siciliani del fiume Simeto, oggi praticamente esauriti, che produssero un materiale di alto pregio, di eccellente trasparenza e di colore oltremodo gradevole.
Oltre ai giacimenti del Baltico, per entit? della produzione, oggi sono particolarmente importanti i giacimenti russi, quelli rumeni, quelli del golfo Persico (scoperti casualmente nel corso di perforazioni petrolifere), i giacimenti della Repubblica Dominicana, celebri anche fra i turisti, nonch? quelli meno conosciuti, ma altrettanto (e forse pi?) importanti di Simonjovel, nello stato messicano del Chiapas.
Per dovere di completezza citeremo anche il Canada, la Francia, la Spagna e, soprattutto, la Birmania per l?ottima qualit? del materiale.

IMITAZIONI DELL?AMBRA

Le imitazioni pi? importanti e in ogni caso le pi? consuete, sono quelle realizzate con le diverse materie plastiche. Storicamente, possiamo far risalire l?inizio delle produzioni alla fine dell?800, o comunque all?inizio del ?900, quando comparvero sul mercato le prime sostanze che imitavano con buona approssimazione l?ambra, la tartaruga e l?avorio.
Numerosi gioielli dell?epoca, dapprima creduti costituiti dai pregiati materiali naturali, sono poi risultati essere realizzati con materie artificiali, suprattutto in bakelite. Da allora, l?uso di imitazioni dalle caratteristiche (e composizioni) pi? disparate, ma all?apparenza sempre pi? credibili, si ? gradualmente diffuso in tutto il mondo. Oggi, rinvenire oggetti in ambra naturale in certi negozietti di bigiotterie e souvenir esotici (asiatici, africani, sudamericani) ? diventato un vero azzardo. Non impossibile, naturalmente, ma le probabilit? di acquisti infelici ? davvero molto alta.
Per inciso, la sola presenza di inclusioni (vegetali e animali) all?interno di oggetti in ?ambra? pu? essere fuorviante, vista la facilit? con la quale insetti, muschi ed altro possono venir inglobati nelle varie resine sintetiche.
Tra l?altro, esiste anche un?imitazione naturale, potremmo dire l?imitazione per eccellenza dell?ambra, che ? il copale. Si tratta di una resina, con le stesse caratteristiche dell?ambra, rispetto alla quale per? non ? fossilizzata.
Vedremo in seguito i diversi trattamenti ai quali l?ambra viene sottoposta al fine di aumentarne la bellezza e di conseguenza il valore commerciale.

NOTIZIE UTILI PER UN RAPIDO RICONOSCIMENTO DELL'AMBRA

La distinzione fra l?ambra, il copale (principale sostituto naturale) e le varie sostanze plastiche artificiali pu? essere (entro certi limiti) relativamente semplice.
La prima analisi che si esegue di routine ? quella della densit?: molto bassi i valori dell?ambra, decisamente pi? elevati quelli delle principali sostanze utilizzate per imitarla.
Pur senza ricorrere alla bilancia idrostatica, si pu? utilizzare una soluzione satura di cloruro di sodio: un bicchiere d?acqua nel quale si sia sciolto un cucchiaio di comune sale da cucina. Per semplice immersione si distingueranno l?ambra, il copale ed il polistirolo che galleggiano, dagli altri materiali che invece affondano.
(Per polistirolo intendiamo quello solido, trasparente o traslucido, ovvio, e non certo quello espanso usato per gli imballaggi!).
Unica precauzione, eliminare dai campioni che galleggiano quelli che debbono tale comportamento alla presenza di bolle d?aria, comunque tanto grossolane da essere visibili anche ad occhio nudo.
Identificare le due sostanze che galleggiano come l?ambra comporta un test parzialmente distruttivo, ma solo per queste imitazioni: una piccola quantit? di benzolo e di alcol etilico a contatto per tre o quattro minuti, lasciando inalterata l?ambra, produrranno effetti rilevanti nelle altre due: un ammorbidimento con perdita di lucentezza nel copale (alcool etilico), e un vistoso rammollimento, tanto da rendere appiccicosa la superficie del polistirolo a contatto con il benzolo.
Esistono anche sistemi diversi, peraltro di minore importanza, dei quali l?uso ? consigliato solo nel caso di residue incertezze dopo le prove gi? descritte, o quando le stesse non siano state possibili.
I pi? comuni comportano la lettura dell?indice di rifrazione (1,54 circa, discriminante solo per esclusione, dato che tanto il copale quanto alcune materie plastiche possono presentare valori molto vicini), e l?osservazione degli effetti di una punta calda (pirografo o ago arroventato) posti a contatto della superficie in esame: necessaria per? una discreta esperienza pratica, e una serie completa di materiali campione, dei quali imparare a riconoscerne l?odore caratteristico emesso al contatto della punta calda.
Un odore caratteristico di resina di pino, quello tipico dell?ambra, quello pi? acre e meno gradevole del copale, fino a quelli sovente sgradevoli, e comunque nettamente diversi delle materie plastiche.

AVORIO

Troppo noto per dilungarci molto sulla descrizione, per avorio si intende in modo generico il materiale ricavato da denti di mammiferi, materiale che ? costituito in maggioranza da fosfato di calcio e da una sostanza organica in funzione di legante, denominata collagene. Commercialmente lo si suddivide, a seconda dell?origine, in avorio d?elefante (il pi? conosciuto ed anche il pi? pregiato), avorio d?ippopotamo e avorio di altri mammiferi (narvalo, tricheco, ecc.). L?avorio ? presente nella vita quotidiana nei tasti dei pianoforti antichi e nelle palle da biliardo, o come oggettistica ornamentale, in statuine, collane e bracciali.
L?avorio presenta una durezza abbastanza bassa, da 2 a 3, e una densit? che varia da 1,70 a 1,95 a seconda dell?animale d?origine; l?indice di rifrazione ha un valore medio di 1,54 anche se la misurazione dello stesso, di solito, viene tralasciata.
Caratteristica la reazione dell?avorio, ai raggi ultravioletti, con emissione di luce di colore bianco-blu.
Questo materiale si distingue facilmente dalle numerose imitazioni con un?attenta osservazione al microscopio, ma anche con una semplice lente a 10x ? possibile, per l?analista esperto, individuare le caratteristiche linee di Retius, linee con aspetto molto simile alle decorazioni superficiali che ornano l?interno delle casse degli orologi di pi? vecchia fattura. Tra i materiali che con l?avorio possono essere confusi, cos? come fra le imitazioni, quelli che si incontrano con maggior frequenza sono gli ossi di animali, i semi di palma dum e di palma di corozo (quello che viene impropriamente chiamato avorio vegetale), nonch? le diverse sostanze plastiche, spesso a base di celluloide.
Vetri e porcellane, viceversa, hanno in comune con l?avorio solo una vaga rassomiglianza esteriore. Ricordando che con l?esame della densit? o, in casi estremi, anche della punta termica, si riconoscono facilmente le diverse imitazioni, ? importante mantenere sempre un atteggiamento molto vigile dato l?alto numero di contraffazioni in circolazione.

GIAIETTO

Materiale di origine vegetale, tutto sommato inconsueto: ? un combustibile fossile del gruppo delle ligniti, con aspetto opaco e colore nero, talora con venature brunastre e con lucentezza grassa.
Il giaietto, usato soprattutto all?inizio del secolo come materiale ornamentale utilizzato nei periodi di lutto (spille, orecchini, ciondoli, ecc.) ha una durezza variabile tra 2,5 e 3, con una densit? marcatamente bassa, 1,3 - 1,4.
Con l?esame al pirografo si ottiene un?identificazione immediata, sia per la facile combustione, sia per l?emissione di un caratteristico odore di bitume.


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