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Diamante

Tra tutti i minerali noti il diamante è senza dubbio il più duro e le sue caratteristiche fisico-ottiche sono difficilmente riscontrabili nelle altre gemme: questi sono i motivi che lo rendono unico e difficile da confondere. Il diamante è formato da carbonio puro, cristallizza nel sistema cubico e la sua cella elementare è cubica a facce centrate. Essa può essere assimilata a un cubo dove su ogni vertice c'è un atomo di carbonio e lo stesso al centro di ogni faccia. Il carbonio, in verità, è un elemento molto comune sulla crosta terrestre; la stessa grafite è formata da carbonio, così pure il metano e moltissimi degli elementi che ci circondano.
Il diamante però si differenzia da tutti non solo per il sistema di cristallizzazione, ma anche e soprattutto per la distanza tra gli atomi che corrisponde a spazi molto ridotti, (pari a 1,54), mentre nella grafite, per esempio, è pari a 3,35.

Abito cristallino
La tipica simmetria strutturale di questa sostanza d' origine a forme cristallografiche ben definite; il diamante infatti cristallizza nel sistema cubico e può presentarsi con i diversi abiti cristallini che sono tipici di questo sistema.
Il più consueto è sicuramente quello ottaedrico ma, a causa delle tipiche geminazioni per compenetrazione, arrotondamento di spigoli e/o la rottura in individui dalle forme classiche, non sempre l'abito cristallino si presenta nelle sue forme canoniche.

PROPRIETA' FISICO-OTTICHE

Durezza

La durezza del diamante è altissima rispetto a quella delle altre sostanze, infatti si colloca al decimo e ultimo posto della scala di Mohs. Se invece prendiamo in considerazione la scala di Rosiwal che valuta la resistenza all'abrasione, nella quasi totalità delle gemme di colore avremo dei valori compresi da 10 a 20, fino a 100 per il corindone, ed un valore di ben 14.000 per il diamante!
Da ciò si nota una elevata differenza tra il diamante e le altre gemme, e solo grazie alla proprietà vettoriale della durezza potremo quindi tagliare i diamanti utilizzando la polvere stessa del durissimo cristallo.

Densità (peso specifico)

La densità ci indica la massa della sostanza in funzione del suo stesso volume. Come elemento campione pari a 1 si considera l'acqua distillata a 4°C. Un centimetro cubo di diamante avrebbe perciò un peso di circa 3,52 grammi. Questo valore, abbastanza costante, permette di distinguere facilmente il diamante da tutte le imitazioni e dai più importanti materiali sintetici, i quali presentano di solito una densità molto più alta. Occorre infine ricordare che secondo le Normative UNI il termine densità
più corretto rispetto a quello tradizionalmente in uso di peso specifico.
Allo stesso modo il termine peso è stato sostituito dal termine massa. Oltre all'uso della bilancia idrostatica, la densità del diamante può essere rilevata osservando il comportamento della gemma immersa in una soluzione a densità nota (liquido di Clerici + acqua distillata a 4°C).

Indice di rifrazione

L'indice di rifrazione è il rapporto tra la velocità della luce nel vuoto e quella nel mezzo ottico preso in considerazione. L'indice di rifrazione del diamante è molto alto e più precisamente pari a 2,418. Il diamante, cristallizzando nel sistema cubico, è anche otticamente monorifrangente.

Birifrangenza anomala

Pur cristallizzando nel sistema cubico, a causa di inclusioni o difetti reticolari, il diamante presenta a volte, all'esame con il polariscopio, i lampi di luce o le chiazze chiare tipiche della birifrangenza anomala.

Temperatura di sublimazione

La sublimazione è un passaggio di stato fisico estremamente caratteristico, poichè il diamante è una delle poche sostanze che passa direttamente dallo stato solido allo stato gassoso, saltando lo stato liquido intermedio: di fatto non esistono quindi diamanti liquidi.
Questo passaggio diretto si chiama sublimazione e si verifica a un valore termico non molto alto: circa 870 C°. Quando un diamante si avvicina e supera questa temperatura la sua superficie assume lo stato gassoso; il passaggio è dovuto agli atomi di carbonio che si combinano con quelli di ossigeno, generando anidride carbonica (CO2). Il diamante non brucia con fuoco vivo e il raggiungimento di questo stato, oltre ad essere molto lento, cessa nel momento in cui vengono meno le condizioni di temperatura.
Non è raro notare diamanti con "faccette bruciate"e, le cause possono essere o una forte pressione nella fase di lucidatura, o una esposizione eccessiva e prolungata ai cannelli usati per le saldature.
L' effetto, che si può notare alla lente o al microscopio, (quello della superficie bruciata) assume l'aspetto della buccia d'arancia.
Se nel passaggio di stato non si è verificato nessun altro elemento negativo (come, per esempio uno choc termico), il danno è di solito recuperabile facilmente con un'ulteriore lucidatura delle faccette, e la perdita di peso il più delle volte è trascurabile. Perdita quasi mai eccessiva, e in ogni caso proporzionale al tempo di esposizione alla temperatura critica del diamante.
Se il diamante ha subito uno choc termico, quasi sempre all'interno dello stesso si formano micro fessure con aspetto di ghiacciature, di gravità ben maggiore e con un danno purtroppo irreversibile per la gemma.

Dispersione o fuoco

E'la capacità che ha una sostanza di disperdere o "sgranare" i raggi di luce che l'attraversano, scindendoli in tutti i colori dell'arcobaleno.
Infatti, quando un raggio di luce passa da un elemento otticamente meno denso a uno otticamente più denso, rallenta la sua velocità che è inversamente proporzionale all'indice di rifrazione.
Se ad attraversare la gemma è un raggio di luce bianca, i vari colori che la compongono rallenteranno in modo decrescente, dal viola al rosso. Il valore della dispersione del diamante preso per l'intervallo B-G è di 0,044.
Dal punto di vista ottico, la visione di questo fattore dipende anche dal cammino che un raggio di luce compie nella gemma, dalla grandezza della gemma stessa e dalla perfezione del taglio.
Quanto sopra può essere evidenziato da un prisma composto da una sostanza monorifrangente e trasparente, che infatti ha la capacità
di scomporre e disperdere la luce. La dispersione della luce non è altro che la scomposizione dello spettro del visibile nelle varie lunghezze d'onda che la compongono e quindi nei vari colori fondamentali.

Sfaldatura

E' la capacità che ha una gemma di rompersi secondo ben precise direzioni cristallografiche: nel diamante è possibile solo parallelamente alle facce dell'ottaedro;
ci sono quindi quattro possibili direzioni di sfaldatura.
Non è necessario che siano evidenti le facce dell'ottaedro perchè si verifichi la sfaldatura; infatti un diamante con abito cubico presenta sempre sfaldatura ottaedrica. L'elevata durezza del diamante non ne esclude la fragilità, cioè la facilità con cui un minerale si sfalda o si frattura e per questo motivo, nonostante la sua durezza, viene considerato abbastanza delicato quando
lo si utilizza in gioielleria.

TIPI DI DIAMANTE

Anche se comunemente si crede che i diamanti siano chimicamente tutti uguali, in realtà esistono in natura due tipi di diamanti, a loro volta suddivisi in due sottotipi:

- Tipo I
Comprende circa il 98% di tutti i diamanti e si presenta come un cristallo omogeneo con distorsioni reticolari. Assorbe radiazioni U.V. a partire da 3300 ù, presentando fluorescenza alle onde U.V.L. ed è opaco alla radiazione infrarossa. Contiene azoto ed è un perfetto isolante elettrico.

- Tipo Ia
Comprende circa il 98% di tutti i diamanti estratti. Contiene azoto in quantit? da 0,05% a 0,2% e presenta inoltre inclusioni di piccole laminette di natura sconosciuta, disposte parallelamente alla faccia del cubo. Si sfalda più difficilmente rispetto ai diamanti del tipo II a.

- Tipo Ib
Comprende lo 0,1% dei diamanti estratti. Anch'esso contiene azoto ma in quantità molto minore, non orientato e disperso nel reticolo cristallino in maniera del tutto irregolare. Praticamente tutti i diamanti sintetici sono del tipo I b.

- Tipo II
Comprende circa il 2% di tutti i diamanti. I cristalli di questo tipo presentano poche deformazioni reticolari. Assorbono radiazioni U.V. a partire da 2250 ù e non presentano fluorescenza alle onde U.V.L.; sono inoltre trasparenti alle radiazioni infrarosse. Non contengono azoto nè presentano birifrangenza anomala.

- Tipo IIa
Decisamente rari, non più dell'1 o 2% dei diamanti estratti, non presentano tracce di azoto: sono caratterizzati da proprietà ottiche e termiche più evidenti rispetto agli altri tipi. Commercialmente molto ricercati in quanto sono cristalli completamente incolori.

- Tipo II b
Comprende circa lo 0,1% di tutti i diamanti. Sono generalmente di colore blu e presentano forte fosforescenza blu a 2500 ù. Questi diamanti contengono boro e sono dei buoni semiconduttori. Per inciso, proprietà semiconduttive nei cristalli sintetici possono essere indotte mediante incorporazione di boro.

GIACIMENTI

La storia dei giacimenti diamantiferi ha inizio in India. Questa nazione, la cui attività estrattiva è stata nazionalizzata nel 1956, ha fornito molte gemme famose fin dal 1430, anno in cui risale l'apertura della miniera di Sapur. I diamanti indiani sono stati rinvenuti in arenarie, conglomerati e terreni alluvionali: trattasi pertanto di giacimenti di origine secondaria.
Dal punto di vista storico, il Brasile è la seconda nazione nella quale sono state estratte grandi quantità di diamanti. Le miniere brasiliane, scoperte verso il 1725, sono per lo più anch'esse alluvionali. La maggior parte dei cristalli rinvenuti sono di piccole dimensioni, ma occasionalmente sono state trovate gemme molto belle e di elevata caratura. I centri minerari brasiliani di maggior interesse si trovano nel Mato Grosso, a Bahia e nel Minas Gerais. I centri estrattivi indiani e brasilani sono stati i soli a soddisfare le esigenze mondiali di diamanti fino a circa il 1870. A partire da questa data, con l'individuazione di importanti giacimenti, si affaccia sulla scena mondiale l'Africa del Sud, che raggiungerà ben presto una posizione di primo
piano nell'attività estrattiva per quantità e qualità della produzione.
Da una prima attività concentrata in giacimenti tipicamente alluvionali, localizzati in vallate fluviali e lungo i litorali, si è passati alla scoperta dell'imbuto diamantifero di Kimberly, vera e propria miniera a cielo aperto di forma quasi circolare.
Gli imbuti diamantiferi sono dei camini vulcanici spenti formati da una roccia tipica detta Kimberlite. Questa è costituita da una breccia serpentinosa, talvolta tufacea, con associata calcite secondaria. In presenza di queste rocce e quindi in giacimenti primari, si trovano i diamanti. Nella superficie del camino vulcanico la Kimberlite assume una colorazione giallastra, dovuta alla limonitizzazione del ferro contenuto nei minerali della roccia.
Man mano che si scende in profondità la limonitizzazione tende a sparire e la Kimberlite presenta il suo caratteristico colore blu-verdastro. Le principali miniere sono situate nelle provincie del Capo e del Transvaal.
Storicamente, le più note sono: Bultfontein, Dutoitspan, Jagersfontain e Premier e appartengono tutte alla De Beers Consolidates Mines Ltd. Altre miniere si trovano in Rhodesia, Angola, Ghana, Zaire, Sierra Leone, Liberia, Tanzania, nonchè in altri paesi dell'Africa Centrale come il Malì, la Costa d'Avorio e la Guinea. Piccoli depositi alluvionali si trovano anche nel Borneo e in Indonesia. I diamanti del Borneo vengono ricordati per l'eccezionale durezza. Venezuela, Russia e U.S.A. hanno una estrazione diamantifera degna di nota, anche se molti diamanti attribuiti al Venezuela sono in realtà introdotti clandestinamente dal Brasile.
I depositi sovietici sono concentrati in Siberia, nella regione della Jacutia e soddisfano attualmente più di un quarto dell'estrattiva mondiale. Negli U.S.A. si trovano imbuti diamantiferi nello stato dell'Arkansas, dispersi però in un'area troppo vasta per consentirne un'estrazione industriale economica: per tale motivo, nella zona è fiorente un'attività estrattiva di tipo amatoriale. Per ultimo citiamo l'Australia. In questo continente i primi diamanti furono rinvenuti a metà del XIX secolo, ma è solo dal 1970 che si è sviluppata l'attività estrattiva al punto tale che, attualmente, l'Australia è diventato il primo paese produttore di diamanti.
E' necessario precisare però che una notevole percentuale dei diamanti rinvenuti sono di qualità industriale.
Grazie allo sviluppo dei procedimenti estrattivi, la produzione del diamante ha raggiunto un'ampiezza notevole: in tutto il mondo oggi vengono prodotte circa dieci tonnellate di diamante ogni anno, di cui circa il 20% di qualità gemma.

METODI DI ESTRAZIONE DEI DIAMANTI

I processi estrattivi sono vari e dipendono dalla diversa natura dei giacimenti, che possono essere di due tipi: primari o secondari. Per deposito secondario si intende una zona di estrazione diversa da quella nella quale i cristalli si sono formati, ma nello stesso tempo un luogo in cui è presente una forte concentrazione degli stessi, e ciò di solito avviene grazie al peso specifico, in simbiosi o con il contributo della natura (trasporto nel letto di antichi torrenti, affioramento per azione del vento, trasporto entro morene glaciali).
La ricerca nei depositi alluvionali avviene con selezione per gravità, mediante il lavaggio, considerata la notevole densità del diamante rispetto ai materiali ai quali si trova frammisto in natura. Storicamente, sono proprio questi giacimenti ad aver prodotto i primi esemplari, e per millenni furono anche i soli ad essere sfruttati.
Le tecniche di estrazione non si sono evolute, in pratica, nel corso dei secoli, tant'è vero che in diverse aree africane si usano tutt'ora gli stessi sistemi di duemila anni fa.
Disponendo di adeguati mezzi finanziari, i soli ausili derivati dalle tecnologie moderne consistono nell'uso di mastodontiche macchine per il movimento terra, sia per lo sbancamento preparatorio delle zone di estrazione, sia per la rimozione delle ghiaie superficiali sterili.
Inoltre, nel caso di giacimenti alluvionali costituiti da conglomerati, si procede allo sfaldamento degli stessi mediante poderosi getti d'acqua.
Con il termine di giacimento primario si indica il luogo di estrazione che coincide con quello nel quale (per l'esattezza, al disotto del quale) i diamanti si sono formati. E' noto che i preziosi cristalli, formatisi per effetto di enormi pressioni nelle parti più profonde del mantello terrestre, furono poi portati in superficie dalla lava di antichi vulcani.
Ed è proprio nei coni di questi crogioli naturali ormai spenti da millenni che ancora oggi si estraggono i diamanti. Individuato il giacimento, si procede dapprima con scavi a cielo aperto, trasportando la roccia diamantifera (la kimberlite, il cosiddetto "blue ground") nei luoghi di separazione per i vari procedimenti di ricerca.
Quasi sempre, questa roccia è ricoperta da uno strato (spesso fino a oltre venti metri) di materiale alterato, poco compatto e di colore ocra, chiamato in gergo "yellow ground", terra gialla.
Anche questa roccia contiene diamanti, anzi in Sud Africa, dopo i primi ritrovamenti di questi cristalli nel 1866, pur in presenza di camini kimberlitici allora sconosciuti, la kimberlite, fortemente ossidata e quindi di colore giallastro, venne considerata il solo materiale diamantifero, in quanto scambiata per particolari giacimenti alluvionali sollevatisi per vicende orogenetiche.
Questo ebbe per conseguenza l'abbandono degli stessi quando, per il proseguire degli scavi, portavano in superficie minerale di colore bluastro, cioè la kimberlite stessa non ossidata! Finalmente, Barney Barnato, cercatore più perspicace dei colleghi, per
primo si rese conto della potenziale presenza dei diamanti nel blue ground e iniziò la sua leggendaria fortuna acquistando a prezzi irrisori le concessioni dei giacimenti abbandonati per tale motivo.
Naturalmente lo scavo a cielo aperto incontra difficoltà via via crescenti (frane, allagamenti, ecc.) con l'aumentare della profondità, per cui si passa poi allo sfruttamento del giacimento mediante scavo in galleria. Da pozzi verticali aperti di lato al cono vulcanico si scavano quindi gallerie orizzontali verso il materiale gemmifero, che si ricava per franamento con l'uso di poderosi martelli pneumatici (a volte, anche con piccole cariche di esplosivo).
Nel cielo di detti tunnel, che vengono via via armati per evitarne il crollo, si immette anche aria a pressione per favorire lo sfaldamento per ossidazione della kimberlite.
Nastri trasportatori e carrelli elevatori porteranno poi il materiale di scavo verso la superficie, per i consueti trattamenti di ricerca. Questa inizia innanzitutto a vista, con l'individuazione degli esemplari più grandi, che vengono immediatamente messi al sicuro; si passa poi alla frantumazione e al concentramento per densità del minerale e si individuano i diamanti mediante lavaggio su piani inclinati cosparsi di grasso, sfruttando la tipica proprietà dei diamanti di aderire a questa sostanza.
Questo procedimento, ormai standard, precede e a volte affianca quelli più recenti quali la selezione elettrostatica, e quella ottica per mezzo della fluorescenza sotto raggi x.
Possiamo aggiungere, a titolo informativo, che pur con valori differenti per zone diverse, il rapporto fra diamanti estratti e materiale scavato è eccezionalmente basso: per ogni dieci tonnellate di roccia proveniente da giacimenti primari, il ricavo in diamanti quasi sempre non supera il carato, cioè un quinto di grammo!
Nei giacimenti secondari, fluviali e marini, il rapporto è ancora meno favorevole: la resa è addirittura di un carato ogni trenta tonnellate, parzialmente compensato dall'estrazione economicamente meno impegnativa, e dalla qualità dei cristalli estratti, statisticamente migliore.

IL COLORE

La colorazione di una gemma è dovuta all'assorbimento selettivo delle varie lunghezze d'onda dello spettro del visibile che la attraversano, e dalla conseguente riemissione di quelle non assorbite. Lo spettro del visibile è l'insieme delle onde elettromagnetiche che l'occhio umano è in grado di percepire sotto forma di luce bianca.
Queste onde, che si propagano nello spazio in modo rettilineo vibrando su infiniti piani, sono comprese tra i 4000 e 7000 Angstrom e non sono che una minima parte dell'energia emessa dal sole. L'Angstrom è una unità di misura della lunghezza d'onda della luce che corrisponde ad 1/100.000.000 di cm. L'altra unità di misura, oggi maggiormente utilizzata, è il nanometro (nm) che equivale a 10 Angstrom .
Le varie lunghezze d'onda che compongono la luce bianca fanno si che questa possa essere suddivisa in sette colori fondamentali; questi, in ordine decrescente di lunghezza d'onda, sono: il rosso, l'arancione, il giallo, il verde, il blu, l'indaco e il violetto.
Le lunghezze d'onda immediatamente precedenti i 4000 A. corrispondono ai raggi ultravioletti. In gemmologia si fa largo uso di due particolari lunghezze d'onda relative all'ultravioletto: quelle a 2540 A., definite onde corte, e quelle a 3660 A., dette onde lunghe. Le lunghezze d'onda immediatamente successive ai 7000 A. corrispondono ai raggi infrarossi. Il diamante può assumere colorazioni che vanno dall'incolore al grigio, al giallo, al marrone, al rosa, all'arancione, al verde, al blu, al violetto e al nero.
Le colorazioni non variano al variare della direzione d'osservazione in quanto questo tipo di cristallo è otticamente isotropo: in esso infatti il valore di questa caratteristica fisica è identico, indipendentemente dalle direzioni di osservazione.
I colori del diamante sono raggruppati in serie come: la "serie del Capo", dall'incolore a parziale saturazione del giallo, la "serie grigia" dall'incolore a parziale saturazione di grigio e la "serie bruna" dall'incolore a parziale saturazione di marrone.
Le altre saturazioni di colore sono considerate a parte e, sovente, anche se hanno una saturazione leggera, entrano già nell'ambìta serie dei diamanti "colore fantasia". Citiamo per esempio i diamanti rosa, rossi e blu. Esistono inoltre serie "bride" come i diamanti bruno-rosati o bruno-verdastri; che vengono classificati con gli stessi parametri di quelli appartenenenti alla serie del Capo o bruna.

Evoluzione storica delle scale di colore

In natura si trovano diamanti con tutti i colori dello spettro, sia opachi che trasparenti; in ordine di rarità i colori che compaiono sono: rosso, arancio, blu, verde e giallo. Questi colori possono presentarsi con sfumature più o meno intense, o con colori decisi ("Fancy colours" o "Colori fantasia").
La maggior parte dei diamanti e in particolare quelli usati in gioielleria, appartengono al gruppo dei cosiddetti incolori, facenti parte, in realtà, del vasto campo della serie gialla principale, o serie del Capo.
Le classificazioni di colore che noi citeremo sono tutte riferite a questo tipo di diamanti che vanno in realtà dall'incolore fino ad una evidente, se pur limitata, saturazione di giallo.

In senso storico si può dire che il primo tentativo di classificazione del colore dei Diamanti è stato fatto usando nomi di antichi giacimenti come quello indiano di "Golconda" o come quelli brasiliani di "Diamantina" e "Bahia", ecc. In Francia, negli anni '30 venne fatto un tentativo di classificazione vera e propria, che è rimasta però in uso solo per pochi anni.
Un'altra scala di colore, purtroppo impropriamente diffusa ancora oggi, fu coniata in Sud Africa durante le scoperte dei primi giacimenti nel 1870: questa scala è conosciuta con il nome di "Old Terms" o "Vecchi Termini".
A questa fanno riferimento i diamanti della serie del Capo di Buona Speranza; in questa zona infatti si svilupparono le prime ricerche dei diamanti e il colore più comune era una sfumatura gialla, abbastanza intensa.

Anversa IDC CIBJO E.O. Vecchi Termini

La scala degli "Old Terms" era inizialmente la seguente:

Jager = diamante incolore con evidenti riflessi azzurro-blu
River = diamanti incolori
Wesselton = diamanti incolori con una lievissima presenza di giallo
Crystal = diamanti con una presenza di giallo leggermente più visibile
Cape = diamanti con una presenza di giallo abbastanza evidente

Successivamente furono apportate varie modifiche ed il termine Jager fu eliminato e, aggiunti altri termini, si ebbe così una nuova scala, simile alla prima, ma con livelli più numerosi:

River
Top Wesselton
Wesselton
Top Crystal
Crystal
Top Cape
Cape
Light Yellow
Yellow

Il vocabolo River si riferiva a diamanti incolori di origine alluvionale; il termine Wesselton (nome derivante da una fattoria del Sud Africa, e successivamente indicante una delle miniere più famose) si riferiva a diamanti incolori che presentavano però un'impercettibile sfumatura gialla rilevabile solamente di profilo.
La parola Crystal invece derivava da un particolare tipo di vetro da finestra a bordi molati (tipico dei vetri inglesi di allora) che presentava una sfumatura gialla evidente nei bordi molati, e quasi impercettibile nella zona piana centrale.
Il termine Cape infine era riferito alla località geografica del Capo di Buona Speranza e indicava una tonalità gialla particolarmente evidente. Successivamente, il commercio ha ritenuto utile una ulteriore suddivisione dei termini Wesselton, Crystal e Cape attribuendo ai diamanti con minor saturazione di colore il suffisso Top.
Con il passare del tempo questi nomi persero il loro significato originario e rimasero solo per indicare una certa tonalità di colore.
Negli anni '50 il G.I.A. (Gemological Institute of America) sviluppò una scala di colore usando le lettere dell'alfabeto dalla D alla Z, il che permise maggior precisione nella classificazione. Nel frattempo in Europa si era adottata la scala proposta dalla C.I.B.J.O.(Confèderation Internationale de la Bijouterie, Joaillerie et Orfèvrerie) che venne tradotta nelle principali lingue europee, ottenendo una discreta diffusione nel nostro continente negli anni '60 -'70. Con la pubblicazione delle normative UNI in Italia, sul finire degli anni ottanta, l'unica scala presa come riferimento è rimasta quella "americana" del G.I.A. in quanto più dettagliata e diffusa nel mondo.

Uso delle pietre di Paragone per Graduazione di Colore
MasterStones

L'analisi della saturazione del colore del diamante viene effettuata posizionando la gemma (tavola-apice), su un cartoncino bianco neve, con l'apice rivolto verso l'alto.
L'esame della gemma avviene per confronto con le pietre di paragone, alternando la posizione della pietra campione che più si avvicina alla saturazione di colore del diamante in esame, prima a destra e poi a sinistra.
Il motivo di questo procedimento sta nel fatto che la disposizione del colore è più evidente in prossimità dell'apice e del bordo della corona. In posizione diversa, la stessa riflessione del diamante, magari in condizioni di luce leggermente differenti, può trarre in errore l'analista, soprattutto nel caso di pietre con saturazione di colore molto simili.

Caratteristiche delle MasterStones
(Normative U.N.I. 9758/14.3.2)

Le gemme devono avere le seguenti caratteristiche:
a) Essere diamanti.
b) Avere fluorescenza da nulla a lieve.
c) Avere caratteristiche interne da "esente" a "VS2" compreso.
d) Avere una massa non minore di 0,50 ct cadauna. La serie delle "Master stones" deve avere la massima omogeneità di massa. E' consentita una variazione di massa del 10% in più o in meno rispetto alla massa media della serie.
e) Avere tonalità di colore della serie Cape.
f) La serie delle pietre di confronto deve essere composta da pietre che siano tutte al limite minimo (Cibjo) o tutte al limite massimo (GIA) di ciascun colore.
g) Avere una buona proporzione di taglio.

Illuminazione Ideale per Graduare il Colore dei Diamanti

Il tipo di illuminazione ideale è la luce artificiale normalizzata che deve avere le seguenti caratteristiche (norme UNI 9758/14.3.1):

- la sorgente deve essere del tipo D 55-65
- la luce emessa deve avere una temperatura di colore il più vicino possibile a 5.500-6.500 K (gradi Kelvin)
- la lampada deve avere una potenza di emissione di 15 W.

FLUORESCENZA

La fluorescenza è un fenomeno che consiste nell'emissione di energia sotto forma di luce dovuto alla temporanea eccitazione degli elettroni di una sostanza sottoposta a trattamenti particolari come il riscaldamento, l'irraggiamento con raggi X, l'irraggiamento con ultravioletti, ecc..
Tale fenomeno è del tutto temporaneo, infatti ha termine con il cessare della causa che lo ha provocato. In gemmologia, ed in particolare per il diamante, gli elettroni della gemma vengono eccitati con raggi ultravioletti di lunghezza d'onda pari a 3660 ù.
Questo fenomeno permette di effettuare una classificazione in base all'intensità della luce riemessa. In particolare vengono individuati quattro gradi di fluorescenza che sono: nulla, debole, media e forte.

I colori che il diamante può assumere per fluorescenza sono: il violetto, il blu, il verde, il giallo, l'arancione ed il rosa.
Poichè la determinazione della saturazione di colore del diamante viene fatta con sorgenti di illuminazione che emettono anche raggi ultravioletti (lampade a luce nordica, sole, ecc.) è chiaro che i soggetti con spiccata fluorescenza subiranno una variazione apparente di saturazione di colore; in particolare quelli che presentano fluorescenza violetta o blu potrebbero apparire di colore migliore, quelli che invece presentano fluorescenza di colore diverso potrebbero invece venirne penalizzati.
Alcuni diamanti con fluorescenza blu molto forte assumono un aspetto oleoso e commercialmente, negli anni scorsi, venivano definiti come "overblue" o "petrol". Anche se raramente, è possibile osservare gemme che presentano una fluorescenza a zone più o meno evidenti.

Graduazione della Fluorescenza dei Diamanti
(Normative UNI 9758)

Come già accennato in precedenza, l'assenza di fluorescenza sotto illuminatore UV 365 nm viene indicata con il termine "nulla". La presenza di fluorescenza viene quantificata secondo l'intensità con i seguenti termini: "debole", "media", "forte".
Sul certificato non si deve indicare il colore della fluorescenza. La sorgente di luce UV con lunghezza d?onda di 365 nm. deve avere una potenza di 8 W, emessa da una lampada che si trova a una distanza di 10-15 cm dal piano di osservazione. Ovvio come, per definire ciascun termine (nulla, debole, media, forte), sia necessario usare campioni di confronto di fluorescenza.

DIAMANTI COLORI FANTASIA

Gemma incolore per eccellenza, il diamante si trova in natura in un'estesa gamma di bellissimi e vivaci colori che, in ordine di rarità, possono essere:
rosso, verde, blu, viola, giallo arancio, blu scuro, giallo intenso, rosa, rosa brunastro, bruno fino al nero.
Conosciute commercialmente sotto il nome di "fancy color diamonds" (diamanti con colori di fantasia) queste gemme sono, come già precisato, molto rare, e solo negli ultimi anni sono entrate a far parte del mercato uscendo dal ristretto contesto del collezionismo puro.
E' qui il caso di sottolineare come la maggior parte dei diamanti celebri faccia parte proprio della categoria dei "fancies", ovvero sia caratterizzata da colori inconsueti tanto per rarità, quanto per la stupenda bellezza loro conferita dalle diverse saturazioni di colore.
Per nostra fortuna, la perseveranza umana nella ricerca di nuovi giacimenti ci ha regalato, con la produzione delle miniere di Argyle in Australia, una inaspettata abbondanza di questi colori (soprattutto nelle tonalità rosa, rosabruno e rosa-arancio), la cui disponibilità ha immediatamente interessato il mondo della gioielleria.
Sofisticati e raffinatissimi gioielli cominciano a circolare per la gioia, è proprio il caso di dirlo, di una fortunata èlite di intenditori.
Non tutti gli esemplari colorati possiedono i requisiti per rientrare in tale categoria: infatti, tanto le Normative U.N.I. in Italia, quanto quelle in vigore altrove (H.R.D. in Belgio, G.I.A. negli U.S.A.), prevedono parametri molto precisi e decisamente discriminanti.
Per inciso, non essendo possibile codificare (normalizzare) scale di colore in diamante comprensive di tutte le infinite tonalià teoricamente presenti in natura, la classificazione del colore nei laboratori gemmologici è prevista mediante l'utilizzo di speciali tabelle colorimetriche, le "CARTE DI COLORE MANSELL", anche se poi, sul certificato d'analisi, i numeri di riferimento delle suddette "carte" saranno sostituiti dai nomi dei colori, più facilmente comprensibili. Dal punto di vista pratico, la procedura prevista dalle Norme U.N.I. è la seguente:

la prima operazione per la classificazione del colore di un diamante prevede in ogni caso la suddivisione degli esemplari in tre gruppi ben distinti:

1 - quelli con colori della "serie CAPE", dall'incolore al giallo intenso;
2 - quelli caratterizzati da colori assimilabili alla "serie CAPE" (serie bruna o "brown", serie grigia o "gray" , ecc.)
3 - gli esemplari che presentano colori rari, es. blu, rosa, eccetera.

Nei primi due casi, possono definirsi di "colore fantasia" quelle gemme la cui saturazione di colore supera il grado "Z" della scala, pur non possedendo una marcata presenza di grigio (zona scura, o "dark");
Nel terzo caso, già la presenza di un'appena visibile saturazione di colore osservabile attraverso la corona, equivalente al "grado I" della scala U.N.I. o G.I.A., è sufficiente per l'attribuzione della qualifica di "colore di fantasia". Al contrario, secondo le recenti Normative U.N.I., non possono essere classificati come "diamanti colore fantasia":

- diamanti con prevalenza di saturazione grigia,
- diamanti con elevato oscuramento e colore difficilmente percepibile,
- diamanti che, pur appartenendo al gruppo "altri colori", o "colori rari", abbiano una saturazione inferiore al "grado I" della scala U.N.I. o G.I.A.,
- i soggetti il cui colore sia stato indotto artificialmente; anzi, in questo caso, è d'obbligo riportare sul certificato la dizione "colore ottenuto mediante trattamento" senza citare tonalità e intensità, che verranno descritte altrove.

Descrizione del Colore (Normative U.N.I.)

Il colore dei diamanti fantasia deve essere descritto:

1 -diamanti di colore giallo, bruno, ecc: serie CAPE e assimilabili;
" FANTASIA", intensità lieve, media, intensa, scura.
Colore base, seguito da un eventuale colore secondario: es. (fantasia, medio, giallo-arancio).

2 -diamanti con altri colori (colori rari).
" FANTASIA", intensità lieve (da I a L), media (M - Z), intenso (oltre la Z), scuro (oltre la Z).
Colore base, seguito da un eventuale colore secondario (es. rosabruno), mentre se il secondo colore è poco evidente, si definirà con il termine "sfumatura".
es. (fantasia, medio, rosa con sfumatura bruna).


STORIA DELLA PUREZZA DEL DIAMANTE

Duemila anni fa i diamanti erano talmente rari che si considerava solo la loro dimensione, nonchè la perfezione del loro abito cristallino. I francesi effettuarono per primi una classificazione guardandoli ad occhio nudo, e suddividendoli in puri e piquè.
Fondato nel '34 negli Stati Uniti, il G.I.A. (che aveva tra i numerosi scopi anche un attento studio nei confronti del diamante), stabilì una prima scala di purezza, rappresentandola con i gradi:
F L - IF - VVS - VS - SI - I1 - I2 - I3
Negli anni '60 VVS-VS e SI furono divisi in 1 e 2, parallelamente anche in Europa apparve la stessa scala, ma invece di Imperfect 1, 2, 3 abbiamo P1,P2, P3. Fino a pochi anni fa in Italia ed in Europa ci si è basati quasi esclusivamente sulle disposizioni emanate dalla C.I.B.J.O. Questo ente aveva interessi molteplici e spesso contrastanti fra i partecipanti, il chè dette origine a non pochi conflitti. Nel 1974 vi fu quasi una scissione all'interno di questa organizzazione, in quanto coloro i quali si interessavano solo di diamanti si associarono e crearono l'I.D.C. (International Diamond Council), un nuovo comitato il cui compito originario era di occuparsi del diamante in tutti i suoi molteplici aspetti. Quindi è nato poi, ad Anversa, l'HRD, ossia il laboratorio riconosciuto ufficialmente dall'I.D.C. per l'analisi del diamante.
Vediamo le principali differenze fra le due scale: gli americani parlano di puro e internamente puro a 10x (FL e IF) e suddividono il grado SI in 1 e 2, mentre gli europei (norme CIBJO e IDC) come primo termine parlano di "loupe clean" (puro alla lente) ed erano soliti non suddividere il grado SI.
Ci sono però diversi significati fra i termini, anche se sono apparentemente uguali, e cioè: per gli americani VVSI, VSI, SI. significano very very slight imperfect. Quindi la parola chiave in questi termini, è "imperfezione"; per gli europei invece VVSI significa very, very small inclusion. Mentre per le normative americane un graffio poteva essere considerato un'impurezza, per quelle europee no.
Questa considerevole differenza è in realtà solo formale poichè, per l'attribuzione del grado di purezza, è sempre il giudizio dell'analista il fattore
determinante. Ad esempio, un graffio quasi invisibile si considera esterno, mentre se è più profondo viene sempre considerato interno. Quindi, pur essendo numerose le differenze formali, dal punto di vista sostanziale i risultati convergevano fino a sovrapporsi.
Prologo di quella Normativa I.S.O. la cui adozione è attesa (ed auspicata!) per l'intera comunità europea in un futuro molto prossimo, negli ultimi 6-7
anni, in Italia, sono state formalizzate le norme U.N.I. (Normative U.N.I. 9758) come preciso punto di riferimento per l'intero settore.
In ogni caso è bene sottolineare come, nel mondo, il processo di armonizzazione reciproca fra le diverse normative sia avvenuto per fasi successive, qui sintetizzate in due momenti, e comunque a prezzo di notevoli sforzi:

1° fase: gli americani hanno equiparato FL e IF da circa 15 anni (anni '80) cioè da quando esiste l'H.R.D.
2° fase: dagli anni '90 in poi gli americani pare non abbiano più classificato nessun diamante come FL, quindi è come ammettere che non esiste più questa categoria. Ma la modifica appare subdola perchè mai formalizzata ufficialmente.

Inoltre, a partire da questi anni, il G.I.A. non considera più penalizzanti "le linee di grano" a patto che siano nè colorate nè riflettenti (cosa, viceversa, sempre applicata dall'HRD). Dal '90 in poi, infine, l'HRD ha adottato, allineandosi con i livelli americani, una ulteriore suddivisione del grado SI in SI1 e SI2.

Normative UNI

Per motivata richiesta soprattutto dei commercianti e dei gioiellieri non si parla più di PUREZZA, poichè su dieci termini se ne incontravano ben nove negativi contro uno solo positivo, il che risultava penalizzante per il commercio.
Classificazione delle caratteristiche interne è il termine ora adottato che meglio risponde alle esigenze specifiche. Inoltre i termini IFVVS- VS-SI ecc. non sono più l'abbreviazione di termini descrittivi (IF = Internally Flawless) ma assumono il ruolo di simboli veri e propri, con i significati di questa tabella.

Scala delle caratteristiche interne


IFEsente da caratteristiche interne a 10x







VVS{
VVS1

VVS2
Caratteristiche interne piccolissime
molto difficili da individuare a 10x
VS{
VS1

VS2
Caratteristiche interne molto piccole
difficili da individuare a 10x
SI{
S1

S2
Caratteristiche interne piccole
individuabili senza difficolt? a 10x
P{
P1
P2
P3
Caratteristiche interne piccolissime
molto difficili da individuare a 10x


Simbologia delle caratteristiche interne

Queste vanno disegnate in rosso, usando la simbologia illustrata nelle norme UNI, ma adattata graficamente all'aspetto dell'inclusione stessa.
Se un'inclusione si trova nella zona superiore deve essere di raffigurata sulla parte di grafico che riproduce la corona, se invece si trova in quella inferiore sarà invece riportata graficamente sulla rappresentazione del padiglione; infine, nel caso in cui l'inclusione si trovi in posizione centrale (nella zona della cintura, per intenderci), la si disegna sul grafico che rappresenta la corona. In ogni caso, mai su entrambe.

CARATTERISTICHE INTERNE

Sono le particolarità che si notano in un diamante, la cui visibilità influenza direttamente la classificazione delle stesse (purezza). La maggioranza di queste si sono formate prima o durante il processo di cristallizzazione della gemma in esame.
Ecco una sintetica descrizione delle caratteristiche interne che si incontrano con maggiore frequenza.

- Inclusione puntiforme chiara anche denominata "pinpoint".
L'inclusione puntiforme chiara è la più piccola inclusione visibile nel diamante. Appare come un piccolo punto bianco che tende a schiarirsi o come un piccolo punto nero con maggior contrasto. Ci si può confondere con particelle di polvere o con tracce puntiformi di residui da contatto sulla superficie del diamante.

- Gruppo di inclusioni puntiformi chiare o "gruppo di pinpoints".
Un gruppo di inclusioni puntiformi chiare è un insieme che va da tre a cinque punti vicini tra di loro. Anche in questo caso è possibile fare confusione con particelle di polvere o con tracce d'urto.

- Inclusione cristallina.
L'inclusione cristallina è più grande di un punto ed ha un volume e una forma geometrica. Ciò che è tipico per una inclusione cristallina è la debole luminosità del centro rispetto ai bordi. Nei diamanti si trovano diversi minerali che si presentano come inclusioni cristalline: piccoli cristalli leggermente verdastri o incolori rivelano di solito la presenza di olivina.
Se di colore verde più intenso si può ipotizzare la presenza di cristalli di cromodiopside. Le inclusioni rosa-violetto indicano di solito la presenza di granato piropo; più raramente si possono osservare inclusioni di diamante in diamante e di altri minerali come rutilo, rubino, eccetera.

- Inclusioni cristalline scure.
Le inclusioni cristalline scure hanno, come il cristallo trasparente, una certa forma e un certo volume. Le inclusioni scure sono per lo più inclusioni di aspetto metallico come quelle di pirrotite, che si sono formate prima o durante la cristallizzazione del diamante. A volte si tratta di un cristallo incolore ricoperto di un piccolo strato bruno-nerastro. L'inclusione scura più comune è sicuramente quella formata da una piccola ghiacciatura disposta in modo tale che per riflessione totale, appare totalmente scura. L' inclusione cristallina scura è meglio percettibile con osservazione in campo chiaro.

- Nuvola.
La nuvola è un insieme di punti e il numero di queste piccolissime inclusioni può variare da qualche decina a qualche migliaio. A volte le nuvole possono avere delle forme molto caratteristiche. La nuvola è legata alla storia della crescita del diamante e non di rado si presenta a forma di cubo o di ottaedro.

- Ghiacciature o fratture
La ghiacciatura o frattura è una fessura nel diamante che ha come punto di partenza quasi sempre la superficie della gemma. Dal momento che le ghiacciature si formano lungo i piani di sfaldatura, esse possono apparire se osservate parallelamente ai sopracitati piani come delle linee diritte.
All'osservazione perpendicolare presentano invece la forma di una piuma.
Sovente, queste fratture hanno origine durante le fasi del taglio. Sono le parti più fragili del diamante e quando sono grandi possono compromettere la solidità del cristallo stesso. E' quindi necessaria una grande cautela nella manipolazione di diamanti con ghiacciature nella parte dell'apice o, nel caso di tagli fantasia, sulle punte. A volte si possono trovare inclusioni cristalline a forma di farfalla circondate da fratture, che di solito sono conseguenza di un riscaldamento. Quando la temperatura del diamante è troppo elevata, nel momento in cui si produce la frattura si forma una fessura scura.

- Foro da laser.
Il foro da laser è una inclusione provocata dall'uomo per diminuire la visibilità di alcune inclusioni presenti nel diamante. Si presenta come un canale stretto e allungato ed è prodotto con un laser ad alta potenza; il canale parte dalla superficie della gemma per raggiungere una inclusione scura, sbiancata poi con un acido o con un gas corrosivo.
Per cercare di rendere meno visibile il canale, il foro viene solitamente praticato perpendicolarmente alla tavola o sulle faccette della corona.
A volte viene anche immessa una resina sintetica nel canale per evitare che vi si introducano impurità. Questa resina ha anche il potere di rendere il canale otticamente meno visibile ed è considerato un trattamento da segnalare, non solo da parte dell?analista ma anche da parte del commerciante.

CARATTERISTICHE ESTERNE

Per caratteristiche esterne o segni esterni, intendiamo tutti quei difetti osservabili sulla superficie di un diamante alla lente 10x, difetti normalmente eliminabili con una rilucidatura della pietra.
Questi segni concorrono a stabilire il giudizio sulla simmetria e sul polimento e, come quelli interni, vanno riportati sulla scheda di analisi con una ben precisa simbologia. Ma contrariamente ai segni interni, valutati in base al loro aspetto, i segni esterni vengono considerati in base alla loro origine.
A questo proposito possiamo suddividere le caratteristiche esterne in tre gruppi:

A) Caratteristiche esterne dovute a cause naturali.

* Naturali (o natural): sono tracce della superfice del cristallo grezzo rimaste inalterate anche dopo la fase del taglio. Si trovano comunemente in corrispondenza della cintura o nelle zone ad essa adiacenti e si presentano sotto forma di superfici piane con tipica lucentezza adamantina.
Sulla superficie di questi naturali sono spesso visibili particolari segni di accrescimento o di corrosione.
Le tipiche figure di accrescimento sulle facce dell'ottaedro hanno forma triangolare e vengono dette trigoni. (trigons).

* Lineazioni strutturali: ovvero piani di accrescimento, di geminazione o di sfaldatura. Verranno considerate come segni esterni, e non interni, qualora vadano ad intersecare la superficie della pietra, e non presentino colorazioni o riflessi evidenti.

B) Caratteristiche esterne dovute a lavorazione.
Sono dovute, nella maggior parte dei casi, a trascuratezza nel taglio e nella politura.

* Cintura frangiata: si forma a causa di una inadatta velocità di rotazione delle macchine utilizzate durante il taglio. Si presenta sotto forma di numerose, piccole abrasioni sul piano della cintura.

* Smerigliatura irregolare della cintura: è dovuta a scarsa cura in fase di politura. In condizioni ottimali, la cintura presenta una smerigliatura molto fine ed omogenea. In caso contrario, la smerigliatura è grossolana e si notano particelle di polvere nera depositate all'interno della struttura della cintura stessa.

* Apice abraso: i diamanti con massa superiore a ct 0,50 presentano quasi sempre una faccetta di forma ottagonale a protezione dell'apice, parte molto fragile in un diamante. Essa deve avere dimensioni molto ridotte ed essere appena visibile alla lente 10x.
Come per ogni altra faccetta, anche in questo caso sono richiesti un buon taglio ed un'accurata politura; in caso contrario, l'apice mostrerà antiestetiche abrasioni lungo il suo perimetro.

* Faccette supplementari o faccette extra: sono minuscole faccette, solitamente di forma poligonale, che non rientrano nei normali schemi di taglio. Vengono eseguite per nascondere difetti naturali presenti sul diamante e si osservano sul padiglione in prossimità della cintura, più raramente sulla corona. Possono presentare dimensioni variabili da molto piccole a decisamente evidenti.

* Linee o tracce di polimento: tipici segni esterni dovuti alla lavorazione, possono essere visibili su singole faccette o, nei casi più evidenti, su tutta la superficie della pietra.
Le linee di polimento, osservate alla lente 10x, si presentano come tracce lineari superficiali fitte e sottili, con disposizione parallela. Quando molto evidenti, possono pregiudicare gravemente la lucentezza della pietra, poichè ne diminuiscono il potere riflettente.

* Cavità: dipendono solitamente da percussioni o urti provocati durante le fasi di taglio, oppure da cristalli molto superficiali che sono "saltati" durante la fase di sfaccettatura e polimentatura, lasciando una cavità.

C) Caratteristiche esterne dovute a danneggiamento.

* Apice danneggiato: visibile alla lente a 10x e dovuto al contatto di più diamanti (tagliati) imprudentemente riposti nella stessa cartina.

* Graffi e spigoli abrasi: semplici sollecitazioni di tipo meccanico (urti), possono causare fratturazioni, abrasioni e graffi, anche molto evidenti, sulla superficie della pietra.
Anche in questo caso la causa più frequente è il contatto fra le gemme conservate con poca attenzione nella stessa cartina.

* Tacca: si tratta di particolari scheggiature lungo la cintura, dovute spesso ad errore in fase di montaggio (incastonatura) della pietra.

Le caratteristiche esterne vengono riportate in verde nel disegno relativo al corrispondente taglio, utilizzando la simbologia in vigore e rispettandone forma e posizione.

PROPORZIONI DI TAGLIO

Il fascino del diamante tagliato non è tanto una diretta conseguenza delle sue proprietà naturali, quanto il risultato scaturito dall'applicazione di leggi fisiche che, grazie ad un taglio appropriato, permettono di ottenere il massimo di scintillio, dispersione e brillantezza dalla gemma. Lo scintillio è l'insieme dei lampi di luce emessi da un diamante quando si muovono gli occhi, la sorgente di luce, o la pietra stessa.
Quando un raggio di luce incide la superficie di un diamante, una parte del raggio viene rifratta all'interno della pietra e, dopo essere stata riflessa dalle faccette del padiglione, esce nuovamente dalla tavola o dalle faccette della corona. Durante il cammino ottico nella gemma e soprattutto al momento dell'uscita, un raggio di luce bianca si scinde nei colori dello spettro, subisce cioè il fenomeno della d i s p e r s i o n e. Il totale della brillantezza è dato dalla somma tra la brillantezza esterna e quella interna di un diamante.
La brillantezza esterna - o lustro - è l'effetto della somma dei raggi di luce riflessi dalla superficie di un diamante; quella interna, dalla riemissione dell'insieme dei raggi rifratti. Immaginando di far incidere un raggio di luce sulla superficie di un diamante, la parte del raggio che viene respinta dalla superficie darà origine al fenomeno della brillantezza esterna, mentre la parte del raggio che penetra all'interno, deviando dalla direzione originaria, se totalmente riflesso dalle faccette del padiglione darà origine al fenomeno della brillantezza interna.
Il valore di un diamante, oltre ad essere strettamente legato alla massa, al grado di purezza ed al grado di colore, dipende dalla perfezione delle proporzioni di taglio.
Nel 1919 un matematico belga, Marcel Tolkowsky, teorizzò le proporzioni per un taglio a brillante di forma rotonda che producesse la massima brillantezza e il più alto grado di dispersione o fuoco.
Al taglio Tolkowsky si affiancarono in seguito altri tipi di taglio come il Johnson e Roesch, il Parker, il Germanico e lo Scandinavo che, pur adottando proporzioni leggermente diverse tra loro, ottengono comunque risultati simili e, a volte, preferiti per motivi di ordine economico (maggiore resa per unità di grezzo lavorato).

Normative UNI per il Giudizio delle Proporzioni di Taglio

I certificati emessi dal G.I.A. riportano solo alcuni dati essenziali sulle proporzioni di taglio mentre, al contrario, quelli redatti secondo le norme I.D.C. e C.I.B.J.O (ad esempio i certificati H.R.D.) non solo forniscono più dati, ma anche un'autorevole opinione. Giudizio che si esprime in questi tre termini:
Ottimo, Buono, Inusuale (H.R.D.) oppure Ottimo, Buono, Medio, Scarso (altri laboratori). Le Normative UNI suggeriscono di descrivere sul certificato i seguenti dati: larghezza tavola, altezza corona, altezza padiglione, spessore cintura e altezza totale, espressi in percentuale rispetto al diametro medio alla cintura, nonchè l'angolo della corona espresso in gradi.
Al commerciante viene perciò demandato il giudizio finale sulla correttezza e perfezione delle proporzioni. Per aiutarlo in questa operazione, in un allegato o più semplicemente sulla copertina dei certificati di analisi, vengono di solito riportati i parametri ideali dell'altezza del padiglione (43% con tolleranza da 42 a 44%) e il grafico seguente.
Riportati i valori rilevati dall'analista si possono confrontare con le proporzioni ideali dell'altezza della corona, dell'angolo della stessa e della larghezza della tavola rapportati tra di loro .

FINITURA

Con questo termine si intende il grado di accuratezza delle operazioni eseguite nelle ultime fasi del taglio del diamante. Comprende la valutazione sia degli eventuali difetti di simmetria, sia delle imperfezioni di lucidatura e politura. Per la classificazione della simmetria e della politura devono essere prese in considerazione solo le imperfezioni visibili alla lente a 10x.

SIMMETRIA

I piccoli difetti di finitura relativi alla simmetria visibili a 10x, riguardano nella maggior parte dei casi le seguenti caratteristiche:
- cintura non perfettamente rotonda;
- faccette della corona e del padiglione non esattamente allineate;
- tavola non esattamente ottagonale;
- contorno irregolare delle faccette;
- minute faccette naturali o faccette extra;

I termini per la classificazione della simmetria sono:
- Ottima: pochissime o lievissime asimmetrie, molto difficili da individuare a 10x.
- Buona: poche o lievi asimmetrie, difficili da individuare a 10x.
- Media: asimmetrie facilmente individuabili a 10x.
- Scarsa: numerose e/o evidenti asimmetrie. (Norme UNI 9758.10.2).

LUCIDATURA O POLITURA

Se le ultime fasi del taglio non sono eseguite perfettamente oppure intervengono cause accidentali durante la fase di incastonatura o nell?uso quotidiano della gemma, si possono originare le seguenti caratteristiche:
- cintura grezza, frangiata o piumata;
- segni di lucidatura;
- lievi sbeccature, graffi, usura dell'apice e degli spigoli;
- faccette lucidate troppo velocemente e quindi bruciate per surriscaldamento;

I termini per la classificazione della politura sono:

- Ottima: assenza di difetti di politura individuabili a 10x.
- Buona: pochi e lievi difetti di politura individuabili a 10x.
- Media: difetti di politura facilmente individuabili a 10x.
- Scarsa: numerosi e/o evidenti difetti di politura. (Norme UNI 9758.10.3).

SPESSORE DELLA CINTURA

Lo spessore della cintura deve essere definito mediante l?utilizzo dei seguenti termini:
molto sottile - sottile - media - spessa - molto spessa.
Si deve indicare quando la cintura è irregolare. In caso di cintura regolare si citerà un solo termine, in caso di cintura irregolare si citeranno i termini estremi (es: molto sottile-spessa). Le cinture irregolari devono essere definite utilizzando i due termini estremi, il primo dei quali sarà quello relativo al grado dominante. Qualora il grado dominante superi il 75% dell'estensione totale della cintura si enuncerà solo il grado suddetto. Deve essere indicato se la cintura è grezza o lucidata o sfaccettata. (Norme UNI 8.4.4).

APICE

I termini per la classificazione dell'apice sono:

- Appuntito: quando la faccetta non è visibile a 10x.
- Piccolo : quando la faccetta è difficilmente visibile a 10x.
- Medio: quando si distingue, in forma ottagonale, la faccetta a 10x.
- Grande: quando la faccetta è visibile a occhio nudo.

Nei tagli fantasia il grado medio si definisce quando la faccetta è facilmente visibile a 10x. Qualsiasi danneggiamento o abrasione dell'apice deve essere citato sul certificato alla voce COMMENTI, salvo che non sia già stato indicato sotto forma grafica. (Norme UNI 9758: 10, 10.1, 10.2, 10.3).

PESO O MASSA

Come indicato dalle Normative UNI, la massa (peso) deve essere espressa in carati metrici (unico simbolo riconosciuto: ct), con almeno due decimali.
Il valore numerico della massa deve essere arrotondato per difetto se la terza decimale è minore di 9, mentre viene arrotondato per eccesso se la terza cifra decimale è uguale a 9.
Esempio: valore rilevato = a ct 1,437; valore indicato = ct 1,43
valore rilevato = a ct 1,289; valore indicato = ct 1,29
Per inciso, questa raccomandazione è in perfetta sintonia con le "pesate ufficiali" effettuate in tutte le "borse diamanti" mondiali, e di conseguenza è prassi commerciale ormai acquisita ovunque.
E' necessario precisare che, con la disponibilità di bilance elettroniche di altissima precisione (1/10000 di ct, pari a 1/50000 di grammo) è consentito riportare sul certificato il valore della massa con tre o più decimali, così come rilevato al momento della pesata.
In ogni caso è oppurtuno considerare la tolleranza (l'isteresi meccanica) della bilancia e di conseguenza evitare di trascrivere l'ultima cifra decimale che, non essendo ripetitiva, rischierebbe di apparire come un errore anche se solo dal punto di vista formale.

DIMENSIONI

Con riferimento alle Norme UNI 4, 4.1 e 4.2 le dimensioni debbono essere espresse in millimetri (mm), con almeno due decimali, con le seguenti grandezze:
lunghezza, larghezza, altezza.
Nelle forme rotonde o ovali, la lunghezza e la larghezza sono rappresentate dagli assi minimo e massimo. Trattandosi di un'unità di misura sufficientemente piccola, per di più espressa anche a livello di centesimi, non sono previste forme di arrotondamento alcuno. Anzi, non è impossibile rilevare, a volte, lievi differenze nei valori indicati da due laboratori diversi (nell'ordine di 1 - 2 centesimi di mm) a causa dell'impiego di calibri diversi.

IMITAZIONI

Nella tabella seguente vengono riportate le più diffuse gemme, naturali e artificiali, che si possono confondere con il diamante e ordinate in base a quell'importante fattore di discriminazione rappresentato dall'indice di rifrazione.
Alcune imitazioni (vedi spinello sintetico, zaffiro bianco, corindone sintetico incolore, ecc.), al contrario del diamante, hanno un indice di rifrazione leggibile sul rifrattometro (al contrario del diamante I.R.= 2,41, che è invece fuori scala).
Ne esistono tuttavia altre caratterizzate da valori dell'indice di rifrazione superiori a 1,81 per le quali l'uso del rifrattometro convenzionale non è ovviamente utile.
Si tratta, in particolare, della fabulite (titanato di stronzio), del G.G.G. (granato di gallio e gadolinio), del rutilo sintetico, dello Y.A.G. (granato di ittrio e alluminio), dello zircone e della zirconia cubica.
E' comunque abbastanza agevole distinguere dal diamante il rutilo sintetico e lo zircone considerando la loro elevata birifrangenza che provoca lo sdoppiamento degli spigoli del padiglione quando queste gemme sono osservate attraverso la corona.
Le restanti imitazioni si riconoscono per l'elevato valore del peso specifico, nettamente superiore a quello del diamante. Infatti, immergendole in ioduro di metilene (p.s.= 3,33), la loro velocità di caduta risulta sensibilmente superiore a quella del diamante. Inoltre, se tali imitazioni vengono osservate mentre sono immerse in questo liquido, si nota che lo Y.A.G. scompare quasi totalmente, mentre il G.G.G., la fabulite e la zirconia cubica non presentano variazioni sensibili delle caratteristiche ottiche.
Comparsa di recente sul mercato, la MOISSANITE sintetica costituisce una pericolosa imitazione del diamante perchè alcune delle sue caratteristiche si allontanano considerevolmente dalle imitazioni finora considerate.
La durezza, innanzitutto, è decisamente elevata (9,25 circa, superiore quindi a quella dei corindoni e del cubic zirconia) e la densità, che con un valore di 3,22 si avvicina molto a quella dei diamanti. Oltretutto, in posizione opposta (minore) a quella di tutte le altre imitazioni.
L'effetto della forte, caratteristica birifrangenza, che da solo consentirebbe un immediato riconoscimento, è attenuato ad arte mediante un opportuno taglio con tavola perpendicolare rispetto all'asse ottico. Risulta così molto meno appariscente lo sdoppiamento degli spigoli di padiglione, sdoppiamento che rimane invece visibile inclinando la gemma e osservando l'apice attraverso le faccette fondamentali superiori o, ancora meglio, capovolgendo il campione e analizzandolo secondo più direzioni.
La produzione relativamente recente, e la continua evoluzione dei processi produttivi non consentono la pubblicazione di un elenco esaustivo di caratteristiche tipiche:
in ogni caso, quelle osservate fino ad oggi si presentano come striature chiare e parallele, disperse nella massa del cristallo in modo apparentemente isoorientato.
In altri campioni erano visibili cristalli pseudo-esagonali, incolori e trasparenti, a sviluppo tabulare.
Più raramente sono state notate inclusioni nerastre, opache e distribuite a macchia d'inchiostro.
Abbastanza ampia la gamma dei colori disponibili sul mercato, benchè fino ad oggi non siano stati immessi esemplari totalmente incolori; a titolo indicativo potremmo equiparare gli esemplari meglio riusciti ad un grado "I" della scala G.I.A.
Sovente è tuttavia necessario eseguire il riconoscimento di pietre montate e, questo caso, risulta utile la misura della loro conducibilità termica rilevata mediante apposite apparecchiature (punte termiche).
Il solo test di conducibilità termica, però, potrebbe oggi indurre in errori catastrofici, dato che la moissanite ha valori tanto elevati da trarre in inganno anche gli strumenti più sofisticati;
la procedura corretta prevede quindi di usare la punta termica in prima istanza, con la quale eliminare tutte le altre imitazioni, e eseguire poi un secondo test con un apparecchio in grado di confermare o meno l'identificazione del diamante. Se correlate con altre determinazioni, si consiglia di effettuare alcune osservazioni che possono risultare di notevole utilità nella discriminazione delle imitazioni dal diamante.

Le procedure più consuete sono:
- Esame della cintura:
l'aspetto levigato e ceroso, la presenza di figure di corrosione a contorno triangolare (trigoni) e l'aspetto "piumato o frangiato" della cintura, sono caratteristiche proprie del diamante. A volte è possibile notare una linea di discontinuit? prossima alla cintura e ad essa parallela, che caratterizza le gemme composte, le cosiddette "doppiette".

- Esame interno del cristallo:
la presenza di piume, fratture e sfaldature è tipica del diamante.

- Esame della superficie:
l'esistenza di facce naturali, nodi e tracce di geminazione è caratteristica del diamante. E' tuttavia possibile che anche lo Y.A.G. presenti delle facce naturali.

- Esame delle faccette:
nelle imitazioni, a causa del loro basso grado di durezza, le giunzioni tra le faccette presentano generalmente spigoli meno netti rispetto a quelle presenti nel diamante.

- Esame della dispersione:
solamente il rutilo sintetico, la fabulite ed alcuni esemplari di zirconia cubica presentano una dispersione più elevata (o simile) a quella tipica del diamante.

- Esame in immersione:
oltre alle osservazioni precedentemente descritte questo esame consente di notare la diversità di aspetto delle due porzioni costituenti le "doppiette".

Infine, gemme con basso indice di rifrazione, presentano un aspetto decisamente diverso, soprattutto quando confrontate direttamente al diamante.

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